In una puntata di Pulp Podcast di queste settimane, Beppe Grillo ha detto una cosa che mi è rimasta addosso, che la memoria non è un archivio ma qualcosa che il presente continua a riscrivere. Ricordiamo ciò che siamo diventati, più di ciò che è stato. Da lì ho cominciato a chiedermi cosa dobbiamo farne, dei ricordi, soprattutto di quelli che fanno male.

Penso che chi ha vissuto episodi negativi e di dolore, soprattutto nel rapporto con le persone, debba ricordare. Non si cancella ciò che ci ha ferito, e non si dovrebbe nemmeno provare. Ma penso anche che, a quel punto, serva la forza di perdonare. So che non è semplice, e che non sempre si trova. Se non si trova, almeno una cosa si può fare, non tramandare il rancore. Un dolore che resta tuo, se non lo passi a nessuno, prima o poi si consuma. Se lo consegni ai figli, diventa una eredità che non hanno scelto.

Quando due persone si scontrano, anche in modo aspro, la ragione non sta mai da una parte sola. Succede quasi sempre così, anche se chi sta dentro il conflitto non riesce a vederlo. Servirebbe la forza di fermarsi, di circostanziare i fatti, di rimetterli in fila senza il filtro della rabbia. Di capire dove si è sbagliato, perché qualcosa si sbaglia sempre. E quando si è convinti di avere ragione, la strada giusta resta lo stesso fare un passo indietro. Non è debolezza, è la cosa più difficile che si possa chiedere a un orgoglio.

Lo vediamo in piccolo, nelle famiglie, tra amici, nei rapporti che si spezzano per una parola. E lo vediamo in grande, nelle guerre, che non portano da nessuna parte e fanno solo morti e feriti. Ogni guerra comincia dentro qualcuno, prima che sui confini, con un ricordo che non è stato lasciato andare.

Per questo il ricordo negativo non va tramandato. La memoria come valore, sì, quella la difendo, perché ci insegna a non ripetere gli errori. Ma una cosa è ricordare per capire, e un’altra è ricordare per vendicarsi. La prima ci fa crescere, la seconda ci tiene fermi allo stesso punto, a generazioni di distanza.

E chi ha la forza interna dovrebbe fare un passo ulteriore, perdonare e tendere la mano. Non perché l’altro lo meriti, ma perché noi, dopo, respiriamo meglio.