LOL, una genialata o una cagata?

LOL fa ridere? Fa ridere ed anche molto. Perché fa ridere molto? Perché è di una stupidità inaudita. Fa ridere perché si abbassano di gran lunga tutte le nostre barriere. Una comicità di pancia, una comicità che ci riporta al tempo delle elementari. Si ride perché osserviamo dal buco della serratura cosa sono disposti a fare comici professionisti pur di strappare una risata.

LOL – Chi ride è fuori è un game show distribuito da Prime Video e condotto da Fedez e Mara Maionchi. Aldo Grasso ha massacrato il programma nella sua rubrica sul Corriere della Sera ed il pubblico ha massacrato a sua volta Aldo Grasso perché ha massacrato LOL. Fa già ridere così.

LOL ha un pubblico di nicchia, nel senso che solo in pochi lo hanno realmente visto. La piattaforma di Prime infatti non ha una diffusione di massa. Però i social hanno amplificato il fenomeno. “So’ Lillo!” fa ridere in maniera ingenua. Lillo Petrolo è stato il più forte, quello che ha interpretato nella maniera migliore lo spirito del gioco ed il suo Posaman è stato un supereroe incredibile. “Hai cagato?” di Pintus è talmente divertente che il primo a ridere è stato proprio Pintus che ha fatto questa battuta mentre imita Cannavacciuolo che recita nella scena di Harry ti presento Sally. Elio è onirico ed elegiaco nel suo modo di porsi. La Guzzanti una che è stata messa lì per caso. Ciro Priello, il vincitore della prima edizione, un comico istrionico. Il format è giusto anche se sei puntate sono troppe. 6 ore di gara andrebbero condensate in massimo due puntate da 40 minuti. Così LOL farebbe ancora più ridere. Ma l’esperimento è riuscito e credo che ci sarà sicuramente una seconda edizione. Per concludere non mi fido di quelli che storcono il naso e fanno gli schizzinosi. Ridere fa bene, LOL fa ridere, e vederlo non fa male.

Un altro gol degli Ultramici!

Ho sempre ammirato gli Ultramici, perché hanno una sana passione per il Napoli ed interpretano lo sport con lo spirito giusto. Quello che mi piace è che fanno rete e provano a muoversi tra mille difficoltà anche nel mondo del sociale. Proprio per questo motivo appena mi hanno mandato questo comunicato mi si è riempito il cuore di gioia. La gioia di essere stato incluso in questo gruppo.

Il gruppo Facebook Gli Ultràmici, gruppo che nasce dalla sola passione per i colori azzurri e che conta oltre 6.000 membri, con grande soddisfazione ed uguale emozione presenta il secondo Step del Progetto che porta il nome di
Diego Armando Maradona.
Il Gruppo ha deciso in modo unanime di creare il PROGETTO MARADONA con l’obiettivo di svolgere attività socialmente utili nel nome di Diego!
Dopo la prima donazione effettuata, ecco a voi la seconda iniziativa. Abbiamo donato 100 uova di Pasqua artigianali al Centro Coordinamento Malattie Rare Regione Campania


Nel mondo ultramico l’idea di sostenere i meno fortunati promuovendo attività benefiche è sempre stata la regola numero uno. Perciò abbiamo deciso di ricordare DIEGO, immaginando che possa essere felice della nostra idea ultramica. Dopo la prima donazione abbiamo effettuato una ristampa dei calendari e oggi ci troviamo nella possibilità di donare 100 Uova Pasquali, prodotti dall’Antica Pasticeria Gallucci, al Centro Malattie Rare dell’Ospedale Monaldi.
Ringraziamo di cuore il Direttore del CCMR Prof. Giuseppe Limongelli e il Direttore Generale dott. Maurizio di Mauro che ci hanno permesso di realizzare questa iniziativa.
Quello che ci auguriamo è di, grazie all’aiuto di tutti gli Ultràmici, riuscire a strappare un sorriso a chi sta affrontando battaglie dure. Questo è ciò che ha sempre fatto DIEGO e che noi vogliamo continuare a fare nel suo nome

Ibra è il più grande giocatore in attività

Ibra è il più grande giocatore in circolazione. Il migliore che calca ancora i terreni di gioco. Nettamente superiore a Messi e Ronaldo. La sua bacheca è priva di qualche pezzo di argenteria, manca la Champions, il campionato Mondiale o un pallone d’oro. E allora? Quello che ha fatto, fa e farà Zlatan mi basta per pensare che sia il più grande di tutti. E poi c’è anche il personaggio che si è saputo ritagliare addosso in 20 anni di carriera. Mai banale, diretto, duro, simpatico e con dei tempi comici eccezionali.

Ibra l’invincibile, il dio del calcio, quello che sfida il covid, l’atleta troppo pieno di se creando uno scudo per gli altri. Una sorta di superman che prende sotto l’ala protettrice i suoi compagni. Uno che ogni volta che scende in campo sembra dirti: non ti preoccupare ci penso io. Una sorta di Mr. Wolf della pedata mondiale. Ibra è un’icona, dal punto di vista della comunicazione ti tiene incollato allo schermo e credo che abbia una simpatia trasversale molto naturale. Un bullo simpatico alla Fonzie. Ibra sul rettangolo verde fa ancora cose incredibili, l’incedere del tempo lo ha segnato, qualche infortunio muscolare di troppo spesso e volentieri ci priva dello spettacolo che sa regalare. Però ogni volta che torna è una sorpresa. Dominante.

Zlatan ha passato tutta la vita a recitare la parte del superuomo, ma poi torna in Nazionale ed alla prima domanda sui figli si commuove e gli scende la lacrima. Anche questo fa capire quanto cuore si nasconda dietro la sua corazza. Di questi tempi dove il calciatore è una sorta di stereotipo acefalo sentirlo parlare, vederlo giocare regala ancora emozioni. Poi mi piace la sua eterna sfida al tempo, una lotta nella quale ci riconosciamo tutti. Benjamin Button si è definito. Grande Zlatan, peccato solo non averti visto con la maglia del Napoli addosso. Peccato perché nel secondo anno di Ancelotti ci sei stato davvero molto vicino.

Gattuso è il timoniere giusto per affrontare le tempeste

Rino Gattuso ha vissuto un anno sulle montagne russe. Tra mille difficoltà sta provando a concludere la stagione regalando al Napoli il piazzamento per la Champions League. Poteva fare meglio? Chi non vorrebbe fare sempre meglio, ognuno di noi è il primo critico di se stesso ed il tecnico del Napoli sa che le potenzialità di questa squadra erano e sono altissime.

Detto questo che anno è stato per lui? Un lutto che ti straccia il cuore, la malattia agli occhi che è tornata a bussare alla sua porta, una trattativa estenuante con la società per il rinnovo, gli infortunati, il covid e tanti ostacoli che si sono frapposti sulla sua strada. Gattuso si è arrabbiato, ha provato a combattere anche contro i mulini a vento, finché ha potuto ha fatto sentire la sua voce.

Rino è caduto, il Napoli è caduto, ma la cosa che dà fiducia è che ha saputo rialzarsi. E lo ha fatto quando tutti lo davano per spacciato. La storia di questo campionato però ci insegna che se hai tanti infortunati è più difficile vincere. Gli azzurri appena hano recuperato i giocatori più forti sono tornati a vincere. Bastava rifletterci prima e si sarebbero evitate tante critiche feroci. Il diritto di critica da parte dei tifosi è sacrosanto ma Gattuso ha dovuto sentirsi dire delle cattiverie che avrebbero fatto uscire dalla grazia di Dio chiunque, figuriamoci lui che è una persona vera, schietta e che se deve dirti qualcosa lo fa guardandoti dritto negli occhi.

Dopo la sosta si entrerà nella fase clou della stagione. E questo Napoli ha dimostrato di essere pronto per affrontarla. Basta anche solo questo. Per il momento.

Carosello Carosone, Edoardo Scarpetta fa rivivere il mito di Renato e degli anni ’50

Ritirarsi nel momento più alto della carriera. Il sogno di tanti artisti che però per vanità spesso viene disatteso. La carriera ed i successi di Renato Carosone, le canzoni che hanno segnato la storia della musica mondiale tutti concentrati in 140 minuti. Carosone era un genio della musica, partì dal basso ed arrivò fino a New York. Campione di vendite negli Usa decise improvvisamente di ritirarsi nel 1959. Il film arriva fino a qui. Il ritiro inaspettato in diretta sulla Rai che provocò tanto scalpore. Non tutti riescono a lasciare all’apice ed in effetti non ce l’ha fatta neanche Renato Carosone che puoi tornò, brillantemente, sulle scene a metà degli anni ’70. Però il film per la tv prodotto da RaiFiction e realizzato in collaborazione con Groenlandia di Sydney Sibilia è di grande livello. Un biopic che sfocia quasi nell’agiografia ma che comunque funziona. Renato Carosone è interpretato da uno straordinario Edoardo Scarpetta. Solo il cognome che porta e la dinastia alla quale appartiene creano inconsapevolmente dei paragoni eccellenti; invece questo giovane attore – ammirato già ne L’Amica Geniale – ha dimostrato una grande maturità nel recitare il suolo da protagonista.

L’amore e l’amicizia sono i sentimenti che prevalgono in questo film per la tv. La regia di Lucio Pellegrini, con supervisione di Stefano Bollani agli arrangiamenti musicali regala una grande credibilità musicale al film.

La vita di Renato Carosone è trattata con leggerezza ma dando risalto anche alla sua straordinaria umanità ed ai legami forti che hanno caratterizzato la sua vita. Poi c’è la sua carriera: dagli esordi africani di Asmara dove di notte suonava nel night-club del teatro Odeon fino alla Carnegie Hall di New York. E poi c’è la musica che tiene unito questo biopic: Torero, l’amore per la sua compagna in MaruzzellaPigliate ‘na pastigliaCaravan PetrolO’ sarracino. Carosone è un musicista geniale che mescola e arrangia le influenze africane lo swing americano e il calore napoletano. Insomma portare su RaiUno la sua vita è stato un bell’azzardo che però ha premiato, ed è bello che questo rischio lo abbia preso anche una casa di produzione giovane come Groenlandia.  

L’ottavo re di Roma in una serie tv. Speravo de Morì Prima, un Totti mai visto prima…

Speravo de Morì Prima è un prodotto intrigante. La serie su Francesco Totti prodotta da Sky è liberamente ispirata dal libro Un capitano scritto a quattro mani dall’ex attaccante della Roma e Paolo Condò. La sceneggiatura è curata da Stefano Bises, Michele Astori e Maurizio Careddu e diretta da Luca Ribuoli.
Pietro Castellitto, figlio d’arte, interpreta Totti e lo fa ricalcandone i modi e lo slang. Gli assomiglia, anche se non fisicamente. Il tono della serie – sei episodi in totale – si avvicina molto alla commedia e tratta gli ultimi 18 mesi del Totti giocatore preso dalle sue angosce e dalle sue paure. La voglia di continuare a giocare nonostante l’età e gli infortuni è più forte dello scorrere del tempo. Il rapporto burrascoso e conflittuale con Spalletti, interpretato egregiamente da Gimbo Tognazzi, è il focus principale della serie. Classico di tutte le sceneggiature: il bene contro il male. Con qualche salto indietro nel tempo, a scandire dalle tappe cruciali della sua vita, la serie mette in primo piano la semplicità autoironica di un campione che poteva fare di più in carriera ma che non ha mai voluto lasciare la sua città. La vita molto romana e talvolta capricciosa di un ragazzo che ben presto è diventato l’ottavo re di Roma.

La serie si lascia guardare ma manca totalmente di quella intensità che aveva il docufilm Mi chiamo Francesco Totti di Alex Infascelli. Inevitabilmente si fanno delle sovrapposizioni. Ovviamente viene narrata la verità di Totti ed il punto di vista è molto personale soprattutto per quello che riguarda la vicenda sportiva ed i rapporti con la società giallorossa o l’allenatore. La vita familiare di Francesco è narrata con intensità e condita da quell’humor prettamente romanesco. L’universo della famiglia Totti è descritto con dovizia di particolari. La mamma Fiorella dalla personalità fortissima (Monica Guerritore), il padre caustico e taciturno e poi c’è Ilary (una splendida Greta Scarano) che è il faro della sua vita.
Nonostante il tono molto leggero in cui è sviluppata la narrazione della serie si vedono anche i tormenti dell’ottavo re di Roma che vive il ritiro dai campi di calcio che si sta avvicinando con ansia e smarrimento. Come se Francesco giunto ormai alla soglia dei 40 anni non sapesse cosa fare dopo. Una vena malinconica che accompagna la serie che rende Totti ancora più umano e simpatico di quello che comunque traspare dalle sue numerose interviste.

Lacci, Starnone-Lucchetti. Libro e Film, due mondi che si sfiorano in modo sublime

“Per stare insieme bisogna parlare poco. L’indispensabile”. Quando un libro ti emoziona hai sempre la voglia di rileggerlo o di vedere se ci fanno un film. Lacci è un romanzo crudo, sul senso della vita che va avanti attraverso i silenzi, i compromessi e le bugie. Domenico Starnone con la sua prosa ci racconta la storia di una famiglia. Una famiglia qualsiasi. Anche la nostra. La mancanza di picchi, in una normalità che nasconde. Lo scorrere del tempo ed i rapporti che legano una famiglia che si perde e si ritrova attraverso i lacci. Nel senso fisico e metaforico.

Il film di Daniele Lucchetti è stata una sorpresa. Positiva direi. Anche se ci devo ancora riflettere. La sceneggiatura è stata curata anche da Starnone e questo mi sorprende per alcune incongruenze inspiegabili rispetto al libro. Piccoli cambiamenti che comunque mi hanno scombussolato. L’ambientazione napoletana non mi è dispiaciuta anche se mi ha spiazzato. L’inversione dell’età dei due figli di Aldo e Wanda non l’ho capita. Però il film rende bene le sensazioni che il libro di Starnone ha saputo trasmettermi. Le fragilità e la forza delle parole. Aldo, Wanda, i figli. Tre angolazioni diverse della stessa vicenda. Un redde rationem che lascia l’amaro in bocca. Affettività tenute insieme da un legame che forse sarebbe stato meglio recidere. La casa stravolta come i pensieri di chi legge o guarda il film. I sentimenti mai intensi, ma che uniscono.

Il film ha anche la forza della regia di Lucchetti che con Starnone ci lavora bene, sin dai tempi de La Scuola. Anche lì c’era un sontuoso Silvio Orlando, come nella piece teatrale sempre ispirata dal libro di Starnone. Aldo e Wanda sono Luigi Lo Cascio ed  Alba Rohrwacher da giovani, mentre in età avanzata sono interpretati da Silvio Orlando e Laura Morante. I due figli – da adulti – sono Adriano Giannini e Giovanna Mezzogiorno che provano a dare una svolta alla vita monotona dei propri genitori. L’accoppiata libro film funziona, anche se spesso ci sono delle alterazioni che lasciano il lettore un po’ perplesso.

Your Honor è un Breaking Bad che non ce l’ha fatta

Your Honor è un BB che non ce l’ha fatta. Bryan Craston dopo aver vestito i panni Walter White in Breaking Bad interpreta il giudice Desiato in questa serie Tv in onda sulla piattaforma Sky. Dieci puntate dove il protagonista cerca di salvare il figlio minorenne che in un incidente di auto ha ucciso involontariamente il primogenito di Jimmy Baxter, boss della malavita di New Orleans. Nell’anniversario della morte della madre, Adam sale in auto diretto verso il luogo dov’è stata uccisa. Rimarrà coinvolto in un incidente con una moto e, colto da un attacco di panico, lascerà il motociclista a morire sul ciglio della strada. Michael sa che se Adam finisse in prigione verrebbe ucciso dagli uomini di Baxter: l’unica soluzione è tenerlo lontano dal carcere. E così si assiste alla trasformazione di Desiato. Cranston da giudice integerrimo per il bene della famiglia sceglie di violare la legge.

La storia prende la sua forza dall’ambiguità. I contorni morali ed etici sono sfumati. Il personaggio di Bryan Cranston, che è un giudice, finisce per coinvolgere degli innocenti pur di salvare il figlio che però nel frattempo prova dei rimorsi lancinanti per quello che involontariamente ha provocato. Ogni decisione, giusta o sbagliata che sia, porta delle conseguenze, e nessuno può sfuggire alle proprie responsabilità. La serie apre anche a delle riflessioni sulla disuguaglianza, la corruzione e la gestione del potere. Cranston, che dopo aver interpretato Walter White in Breaking Bad torna nei panni di un brav’uomo costretto dagli eventi a passare dalla parte dei cattivi cavalcando un cliché abbastanza scontato. Il prodotto è di alto livello ma lascia un po’ di amaro in bocca per quel tentativo di ricalcare qualcosa di già visto che però non ha la forza dirompente di altre serie.

Aquila vince la finale di Masterchef più bella di sempre

Finale pazzesca di Masterchef. Tre finalisti che si sono dati battaglia ed hanno dimostrato che Masterchef è più di un programma tv e più di una gara. Irene, Aquila ed Antonio sono stati bravissimi, si sono messi a nudo davanti alle telecamere e nei loro piatti c’era tutta la loro storia. Masterchef è scritto bene, gli autori hanno attributi enormi ed hanno messo su è un programma dove la cucina c’entra ben poco. I legami, i sentimenti, l’ambizione e la vittoria sono gli ingredienti principali. L’ansia del confronto, il tempo che fugge ed il mettersi alla prova rappresentano le spezie che insaporiscono il piatto. E poi c’è la competizione. Prove sempre difficili. Prove che sembrano insuperabili. Ma poi le affronti e ce la fai. Masterchef è la vita. La vita che ti presenta delle situazioni che apparentemente non sai risolvere e che poi invece si trasformano in sfide. L’errore, il tempo che ti mangia dentro ed il giudizio dei giudici. Non hai scuse, non c’entra la tua storia o quello che hai fatto in passato. Conta solo il piatto ed un giudizio soggettivo ed insindacabile di tre giudici che dissimulano distacco. Le ingiustizie, le preferenze e lo storytelling sono sempre sottesi e raccontano ogni eliminazione. Essere personaggio aiuta, ma aiuta di più se sai cucinare e sai maneggiare ingredienti sconosciuti.

Irene ha portato la sua storia davanti alle telecamere. Aquila la sua sicurezza e la sua sfrontatezza, sosia perfetto di Johnny Depp ma sempre con il sorriso. Antonio ha sopportato il peso di essere il favorito sin dalla sua prima inquadratura. Il precisino, il primo della classe quello che odiano tutti. In finale si sono visti tre menu di altissimo livello, piatti stellati cucinati da chi nella vita fa altro ma che è scontento della propria attività e si sente felice solo quando è davanti ai fornelli. Cannavacciuolo è un gigante, Barbieri troppo sofisticato e chic, Locatelli l’internazionale ed il più emotivamente coinvolto. Al centro del programma c’è la fragilità. L’empatia con i concorrenti, il vivere con debolezza ogni eliminazione. Masterchef è il programma migliore della nostra tv. Dove non conta la vittoria ma il percorso che ti ha portato fino all’ultima puntata. Complimenti ad Aquila che è stato il vincitore, ma che per sbaragliare Irene – la mia favorita -ed Antonio si è dovuto davvero superare.

Perché Sanremo è Sanremo? Il covid ha ucciso il Festival

Questa edizione del Festival di Sanremo fatica a decollare. Amadeus e Fiorello stanno provando in tutti i modi a rianimare questa kermesse ma senza riuscirci. Il loro lavoro è straordinario ma si trovano di fronte difficoltà oggettive. Un Festival di Sanremo in piena pandemia non è il massimo. La paura della terza ondata ed i bollettini che arrivano tutti i giorni dall’Unità di crisi non aiutano. Il pubblico è distratto e non si crea l’effetto traino. Sanremo ogni anno rappresentava lo specchio dei tempi, il nostro modo effimero di rapportarci alla vita. Il suo fascino era nel gossip, nel giudicare i vestiti dei concorrenti, le scalinate, i testi delle canzoni, le interviste ai protagonisti, le polemiche create ad arte e le gaffes dei presentatori. Ma che senso ha essere così frivoli nei giorni dove si promettono lacrime, sangue e zone rosse

Sono solo canzonette. Ma sono davvero solo canzonette? Sanremo per la prima volta non riesce a catalizzare l’attenzione nazionale. Anche perché è smontato tutto il castello di eventi che era costruito addosso al Festival. Le radio e le tv non possono mandare inviati, creare casi glamour, tenere i fari puntati sull’Ariston 24 ore su 24. Non c’è l’attesa ed oggi la kermesse vale un XFactor qualsiasi. Un bene? Un male? Sicuramente uno strappo alla nostra tradizione ed alla nostra voglia di normalità. Il covid ha ucciso il Festival privandolo del suo aspetto leggero. La mancanza di pubblico, i tamponi, le distanze il ricordarsi delle norme sanitarie ogni volta che c’è una presentazione o una gag non aiuta. Aspetti che riportano immediatamente alla mente la tragedia della pandemia e tutto viene ridimensionato. Speriamo solo che l’anno prossimo potremmo tornare al vecchio stile di Sanremo regno dell’effimero e delle canzonette, quelle belle, quelle che rimangono nella testa e che vengono canticchiate al primo ascolto. Adesso godiamoci questo surrogato e non crocifiggiamo Amadeus e Fiorello che stanno nuotando in mare aperto durante una tempesta e non indossano neanche il salvagente.

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