C’è un momento, alla cassa del supermercato, che conosciamo tutti. Lo scontrino esce, lo si guarda, e nessuno dice niente. Qualcuno sospira piano, qualcuno ricontrolla la cifra con le dita che tremano un po’, qualcuno chiede di togliere una cosa dal nastro, quella che aveva preso per i figli. Poi si paga, si saluta la cassiera con un sorriso, si esce, e si fa finta che sia normale.
Non lo è. Ma ci siamo abituati, ed è forse la cosa che mi fa più male. La benzina è oltre i due euro al litro e al distributore non sobbalziamo più, guardiamo la pompa girare come si guarda un tempo che scorre. L’Istat dice che a settembre l’inflazione è arrivata al 4,2%, la più alta da tre anni. Ma dietro quel numero ci sono le persone, e le persone non fanno rumore.
C’è chi con uno stipendio ci arriva a fine mese contando i giorni, uno a uno, come si contano i passi sull’ultimo tratto di salita. C’è chi fa il giro di tre negozi per risparmiare quaranta centesimi, chi legge la data di scadenza prima del prezzo, chi toglie dal piatto la carne e poi il pesce e lo chiama, con un po’ di vergogna, adattarsi. C’è chi dice ai figli “quest’anno no” con la voce più dolce che ha, sperando che non si veda quanto costa dirlo. Sono sacrifici piccoli, silenziosi, che non finiscono nei titoli dei giornali, perché a raccontarli si ha paura di sembrare lamentosi. Eppure sono tutta la vita di tanta gente.
E la rassegnazione fa il resto. Un rincaro improvviso ci farebbe arrabbiare, ci farebbe scendere in piazza, uno che arriva a centesimi per volta, un anno dopo l’altro, ci fa solo stringere un po’ di più la cinghia, e noi ringraziamo di averne ancora una da stringere. Dal 2021 al 2025, secondo l’Istat, il carrello della spesa è salito del 24%, più dell’inflazione generale ferma al 17,1%. Gli stipendi, in molte case, non hanno fatto la stessa strada.
Dove porta tutto questo? A consumare meno, prima di tutto. E a rinunciare, poco a poco, a quello che chiamiamo superfluo. La cena fuori con gli amici di sempre, il caffè al bar con chi ha voglia di raccontarti la sua giornata, il cinema, il libro che si guarda in vetrina e si rimette a posto, il viaggio rimandato all’anno prossimo, poi all’altro ancora.
Ma è proprio qui che mi fermo, e il cuore fa un passo più lento. Siamo sicuri che sia davvero superfluo? Il pane ci sfama, e su questo nessuno discute. Ma è la tavola piena di voci a farci sentire a casa, è un film a farci uscire dalla sala un po’ diversi da come eravamo entrati, è un’ora in cui non pensiamo al conto a ricordarci che siamo persone e non ingranaggi. Il superfluo, spesso, è la parte di noi che respira. Se lo togliamo, si va avanti lo stesso, ma si va avanti un po’ più spenti.
Forse la domanda da farci è questa, e non ha nulla di tecnico: quanto siamo disposti a rinunciare, prima di accorgerci che non stiamo più vivendo, ma solo tirando avanti?
Fonti: Istat, comunicato sui prezzi al consumo di settembre 2026, dati provvisori; Mimit, Osservatorio prezzi carburanti, 9 ottobre 2026; Istat, rapporto sull’andamento dell’economia italiana.