Ogni mattina la stessa scena. Apro il telefono, e prima ancora di sapere come sto io, so già quante persone hanno guardato il mio ultimo video. Un numero, spesso piccolo, qualche volta enorme, quasi mai spiegabile. E lì parte la giostra: perché quello ha funzionato e quell’altro no, che ora conviene pubblicare, quanto deve durare un reel, se questa settimana l’algoritmo premia i volti o le scritte.
Perché l’algoritmo cambia, e cambia di continuo. Cambia senza avvisare, senza spiegarsi, e noi dietro, a rincorrere. Una regola che valeva ieri oggi non vale più, una formula che portava visualizzazioni adesso le toglie. Così finisce che non scriviamo più per qualcuno, scriviamo per qualcosa. Per un meccanismo che non vediamo e che decide, al posto nostro, se esistiamo.
Quando ho cominciato questo mestiere, nel 1992, nessuno ti misurava in views. Esistevi se facevi bene il tuo lavoro, e chi ti leggeva o ti ascoltava te lo faceva sapere in altri modi, con una telefonata, una critica, una stretta di mano. Oggi la stretta di mano è un numero sotto un video. E il numero, lo confesso, ha un potere strano: ti fa sentire vivo quando sale, ti fa sentire invisibile quando scende, anche se il contenuto era lo stesso.
Allora a cosa serve, davvero, stare su Instagram? Me lo chiedo senza nessuna sentenza, perché una risposta sola non ce l’ho. Serve, certo, a raggiungere persone che altrimenti non incontreresti mai, a far girare un’idea, un podcast, una storia. Serve a restare dentro la conversazione. Ma serve anche, e qui sta il rischio, a costruire una vita parallela in cui ci misuriamo con i numeri degli altri, in una gara che nessuno ha davvero scelto e che nessuno vince.
Forse la domanda giusta è un’altra: stiamo usando il social, o ci stiamo facendo usare? Se pubblico perché ho qualcosa da dire, sto parlando a delle persone. Se pubblico perché devo esserci, sto parlando a un algoritmo.
Questo pezzo, tra poco, verrà condiviso in automatico sui social, e so benissimo che il suo destino lo deciderà in buona parte un algoritmo. Ma lo scrivo lo stesso, per chi avrà voglia di fermarsi cinque minuti, senza premere nessun tasto. Se ci siete, ditemi voi: a cosa serve, oggi, stare su Instagram?