Lo confesso senza giri di parole: le stagioni precedenti di “Doc – Nelle tue mani” mi hanno incollato al televisore come poche altre fiction italiane sono riuscite a fare. E c’è una stagione in particolare che porto ancora dentro, quella che affrontò di petto il Covid, con la stessa paura dei pazienti in corsia. Raramente una fiction italiana è riuscita a stare così incollata al dolore reale di un paese intero, senza mai scadere nel ricatto emotivo facile.
Stasera, su Rai1, torna “Doc”. E lo fa per l’ultima volta con Luca Argentero nei panni del dottor Andrea Fanti, il personaggio che lo ha reso, episodio dopo episodio, qualcosa di più vicino a una presenza familiare che a un attore in tv. Sedici episodi, questa quarta stagione, e il peso di un addio che si sente già dalla prima inquadratura.
Attorno a lui, un cast che in questi anni è diventato una piccola famiglia televisiva: Matilde Gioli nei panni di Giulia Giordano, il rapporto più discusso e più sentito di tutta la serie; Pierpaolo Spollon, Giovanni Scifoni, Marco Rossetti, Sara Lazzaro, Elisa Di Eusanio — tutti volti che il pubblico ha imparato a riconoscere come colleghi veri, non semplici comparse di corsia. E quest’anno entra Cristina Marino, nel ruolo di un medico a gettone, chiamato a coprire i buchi lasciati da una sanità che taglia invece di investire. Non è un caso che proprio sua moglie, nella vita reale di Argentero, interpreti il simbolo più amaro di questa nuova stagione.
Perché è lì che “Doc” torna a mordere, quest’anno più che mai: fondi tagliati, personale ridotto, posti letto che spariscono. Non ho intenzione di essere tenero su questo punto, perché non lo sono nemmeno i fatti: i pronto soccorso italiani scoppiano, il personale sanitario regge su turni che nessun contratto dovrebbe permettere, e la fiction, questa volta, non addolcisce la pillola. La racconta.
Ed è forse proprio questo il motivo per cui le serie ospedaliere ci tengono incollati come poche altre: perché ci mettono in sospeso, esattamente come nella vita vera, davanti al decorso di una malattia di cui non conosciamo l’esito. Speriamo sempre nel lieto fine, costruiamo empatia per un paziente che non esiste, ci affezioniamo a un dottore scritto su carta — e poi, come nella vita vera, non sempre va come vorremmo. È lì il valore salvifico della medicina, quando funziona: la possibilità concreta di strappare qualcuno alla paura. Ma è anche lì la sua fragilità più umana, quella che “Doc” ha sempre saputo raccontare meglio di tante fiction patinate: i medici e gli infermieri non sono eroi senza crepe, sono persone che sbagliano, che si stancano, che a volte si perdono dietro al proprio dolore mentre cercano di salvare quello degli altri. Ed è proprio la loro debolezza, raccontata con empatia e senza giudizio, a renderli credibili — più credibili, forse, di certi camici immacolati che la tv ci ha abituato a vedere.
Stasera si accende l’ultimo giro di corsia di Andrea Fanti. Vale la pena esserci, con tutta l’intensità che questo addio merita.