Ci sono film che arrivi a vedere già “innamorato”, perché la storia la conosci prima ancora che qualcuno te la racconti sullo schermo. A me è successo con Nata per te, il film di Fabio Mollo ispirato alla vicenda vera di Luca Trapanese. Stasera rivederlo su Canale 5 mi ha fatto piacere. E mi è successo perché quella storia, prima di vederla al cinema, l’ho ascoltata dalla viva voce di chi l’ha vissuta: Luca è stato ospite a In Vino Veritas, il mio podcast, e in quell’occasione mi ha raccontato — tra un bicchiere di vino e un silenzio che pesava più delle parole — cosa significhi voler diventare padre e sentirsi dire, per mesi, che non ne hai il diritto.
Chi non l’avesse ancora visto, quell’intervista può recuperarla qui: Luca Trapanese a In Vino Veritas.
Una storia che non ha bisogno di essere gridata
Luca è single, gay, cattolico, ex seminarista, uomo di comunità prima ancora che di battaglie. Alba è una neonata con sindrome di Down, abbandonata in ospedale il giorno stesso in cui è nata. Tra i due, sulla carta, la burocrazia mette ogni ostacolo possibile: perché in Italia, ancora oggi, essere integri, capaci d’amare, pronti ad accogliere non basta, se sei single e sei gay. Ci vuole un’avvocata che creda in te tanto quanto ci credi tu, e un pizzico di quella cocciutaggine che Luca, parlandomi, chiamava “andare avanti un pezzo alla volta, fino a Marte”.
Il film di Mollo — che di questa materia, dell’essere padri fuori dagli schemi, si era già occupato ne Il padre d’Italia — sceglie la strada più difficile e anche la più giusta: non fare della storia di Luca un manifesto urlato, ma un racconto intimo, quasi sussurrato. Non un film di denuncia, ma una storia d’amore. E si sente, perché quello che restituisce di più la pellicola non è la battaglia legale, ma lo sguardo di un padre che guarda sua figlia e non ha più dubbi, qualunque cosa dica un tribunale.
Il cast: quando “esserci” vale più che “recitare”
Pierluigi Gigante ha il compito più delicato di tutti: dare corpo a un uomo reale, che di clamore non ne ha mai voluto, e che nel film — proprio come nella vita — antepone la determinazione silenziosa a ogni gesto plateale. Lo fa con una misura che lo tiene lontano dalla macchietta e vicino, invece, a quella verità semplice che ho ritrovato ascoltandolo dal vivo: Luca non recita se stesso, si racconta e basta, e Gigante sembra aver capito che il modo migliore per onorarlo era proprio questo — non strafare.
Accanto a lui, Teresa Saponangelo è un’avvocata che parte lucida e professionale e via via si scopre più coinvolta di quanto avrebbe voluto ammettere: una prova d’attrice che ha quella naturalezza capace di trasformare un’aula di tribunale in un luogo di battaglia umana, non solo giuridica. Barbora Bobulova, nei panni della giudice, regge il peso più scomodo — quello di rappresentare la legge che deve fare i conti con un cuore che non riesce a restare indifferente. E poi ci sono Iaia Forte, madre di Luca capace di incantare con un solo sguardo, e Antonia Truppo, l’infermiera che si affeziona ad Alba senza nascondersi dietro il camice: due presenze femminili che, per quanto secondarie sulla carta, restano impresse.
Perché vale la pena vederlo
Nata per te non è un film perfetto — a tratti la scelta di un linguaggio più televisivo che autoriale si sente, e qualche flashback di troppo appesantisce il ritmo. Ma quello che conta, quello per cui vale davvero la pena spendere due ore, è la sostanza: una storia vera che parla di diritti che dovrebbero essere riconosciuti, non concessi. E soprattutto parla d’amore, quello che non chiede il permesso a nessuno per esistere.
Ogni volta che ripenso alla chiacchierata con Luca — al modo in cui parlava di Alba, senza mai una parola fuori posto, senza mai vittimismo — capisco meglio perché questo film dovesse essere raccontato così: piano, delicato, vero. Come lui.
Teresa Saponangelo ha spaccato anche in “Tutto l’amore che c’è”: l’hai visto?
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