C’è una parola scritta su un cartello giallo, appesa sopra la porta dello spogliatoio del Richmond: BELIEVE. Nessun accento circonflesso, nessuna citazione colta, nessuna pretesa. Solo una parola, semplice come un bacio sulla fronte, eppure capace di tenere in piedi un’intera serie e, se vogliamo essere onesti, anche qualcosa dentro chi la guarda.
Non è un caso che Ted Lasso sia arrivato quando è arrivato: nell’estate del 2020, con il mondo chiuso in casa, spaventato, diffidente verso tutto e tutti. E lì, in mezzo al rumore delle cattive notizie, ecco un uomo coi baffi e l’accento del Kansas che non sa nemmeno bene cosa sia il fuorigioco, ma sa una cosa che tutti gli altri sembrano aver dimenticato: che si può essere gentili senza essere ingenui, ottimisti senza essere scemi. Il successo di questa serie, credo, si spiega prima di tutto così: non ci ha raccontato un mondo migliore, ci ha ricordato che restiamo noi a scegliere come attraversarlo.
La trovata geniale: il pretesto del calcio
La premessa, lo sappiamo, è quasi una barzelletta: una presidentessa ferita da un divorzio assume un allenatore mediocre per affondare la squadra che il marito amava più di lei. C’è dentro, se vogliamo, un’eco lontana del nostro Oronzo Canà, ma la somiglianza finisce lì, sul cancello d’ingresso. Perché Ted Lasso non è mai stato, davvero, una serie sul calcio. Il calcio è il pretesto, la scusa buona per raccontarci di persone che hanno paura di essere viste per quello che sono davvero, e che imparano — poco alla volta, senza scorciatoie — a fidarsi.
Ed è qui che sta il primo, vero colpo di genio degli sceneggiatori: aver capito che la commedia sportiva americana più classica, quella dell’outsider che arriva e sistema tutto con un discorso motivazionale, andava rovesciata. Ted non vince quasi mai. Ted sbaglia, viene deriso, viene sottovalutato, ha attacchi di panico in un bagno mentre fuori la squadra lo aspetta. E proprio per questo, quando alla fine qualcosa si aggiusta, ci crediamo.
Un cast che cresce, non recita
Jason Sudeikis costruisce un personaggio che rischierebbe, sulla carta, la macchietta — il buonista di provincia, il santone col sorriso stampato — e invece lo riempie di crepe vere: un padre lontano dal figlio, un matrimonio finito, una gentilezza che a tratti sembra quasi una corazza contro il proprio dolore. È un trucco raro, quello di far sembrare naturale un personaggio così scritto, così a tesi. Sudeikis ci riesce perché lascia intravedere, sotto i baffi, la fatica di essere sempre quello buono.
Ma il vero atto di coraggio della serie, capitolo dopo capitolo, è stato smettere di ruotare intorno a lui. Rebecca Welton parte come l’antagonista e diventa una delle scritture femminili più oneste viste in tv negli ultimi anni: ferita, manipolatrice all’inizio, poi capace di un’onestà che le costa cara. Keeley passa da fidanzata decorativa a imprenditrice, senza che la sceneggiatura le regali nulla. E poi c’è Roy Kent, che con quattro parole borbottate e uno sguardo furioso riesce a dire più cose di tanti monologhi — il capitano che invecchia, che si scopre tenero suo malgrado, che non sa chiedere aiuto e per questo lo chiede sempre nel modo sbagliato. Nate, forse, resta il personaggio più scomodo e più vero: quello che ci ricorda che la gentilezza, se non è ricambiata, può marcire in rabbia.
Perché continuiamo a crederci
Con la quarta stagione la serie ha fatto una scelta che definire semplicemente “coraggiosa” è quasi riduttivo: spostare il centro sul calcio femminile, lasciare che Ted stesso faccia un passo di lato. È un rischio enorme, perché tocca corde diverse — non più solo il calcio come metafora di riscatto personale, ma il calcio come luogo dove le donne devono ancora conquistarsi lo spazio, tra stipendi chiamati “rimborsi” e spogliatoi rabberciati. Eppure è coerente con tutto quello che Ted Lasso ha sempre detto: che le seconde occasioni non sono un regalo, sono qualcosa per cui vale la pena lottare, e che meritano di essere concesse a chi le chiede con onestà.
Forse è proprio questo il segreto, l’unico davvero, dietro il successo di questa serie: non ci ha promesso che tutto si sistema. Ci ha mostrato gente che sbaglia, che si ferisce, che a volte si perde — e che nonostante tutto continua a crederci. In fondo, è la stessa cosa che chiediamo a ogni buona storia, e forse anche alla vita: non un lieto fine garantito, ma il diritto di continuare a sperarci.