La quarta serie di Gomorra mi ha lasciato perplesso e con tanti interrogativi sulla struttura e sulla scrittura. Sin dalla prima puntata ho notato degli elementi distonici rispetto al tipo di racconto: ad esempio la scelta di introdurre all’interno dell’intreccio narrativo l’amore l’ho trovata infelice. L’amore tra capoclan ripercorrendo in chiave moderna una trama da sempre in voga in scrittura come insegna Shakespeare dai tempi di Romeo e Giulietta era un po’ forzata in un contesto così degradato e di violenza. Ma il legame tra Michelangelo e Patrizia non è stato neanche raccontato con quella travolgente passione che ha portato però poi ad uno stesso epilogo tragico.

Gomorra4 ha tanti buchi narrativi ma è comunque un prodotto di eccellenza che merita di essere trattato come tale. E’ una narrazione di parte, da un’angolatura particolare. Gomorra è il male assoluto ed i protagonisti prima o poi faranno una fine di merda. Il messaggio non è positivo ovviamente e spesso l’emulazione che ne consegue è solo fuffa speculativa e cattura click. Se ci sono stese o agguati non è perché c’è Gomorra in tv, ma perché i criminali veri così fanno.

Spiace solo che le forze dell’ordine siano totalmente assenti, ma questo è un bug narrativo che ho già analizzato in passato – e non solo io come è giusto che sia –  e non mi va di tornarci su. La polizia in quest’ultima serie torna in scena solo nella penultima puntata e solo perché avvisata da Michelangelo per scongiurare guai peggiori.

La scena finale è d’impatto, quasi come Ciro Di Marzio che affonda nel mare del Golfo di Napoli della terza serie. Fa riflettere la scelta di Genny Savastano che si autoreclude in un bunker sotterraneo mentre poteva starsene buono nella sua casa di Posillipo, ma ha vinto la sua natura, il suo dna e la voglia di tornare in campo. Questa scena è la fotografia perfetta della vita di merda che storto o morto fanno i camorristi. Sottoterra in ogni caso, che sia vivo o morto.

Spiace solo che alcuni personaggi siano stati un po’ abbandonati a loro stessi facendogli perdere un potenziale fascino in fieri. Sangue Blu ad esempio alla fine è un pulcino bagnato e perde l’impatto che ha avuto nella terza serie. Anche Gerlando Levante con quei suoi improponibili maglioni anni 80 indossati a pelle poteva essere maggiormente sfruttato nella serie. Come tutti i boss è cattivo, ma anche romantico con quell’attaccamento alla famiglia quasi morboso e medioevale.

Bene come sempre la colonna sonora che va a pescare nel sottobosco della musica d’avanguardia napoletana. Si propongono anche melodie di qualche anno fa come Madama Blu di Franco Ricciardi – un elettropop del 2014 –  che entra nel cervello con effetto deflagrante immediato. O come nella passata serie quando sempre Franco Ricciardi con Malammore è riuscito ad entrare nelle case di tutti gli italiani facendo capire che qui all’ombra del Vesuvio c’è un grande fermento musicale che sa nutrirsi dalle radici del passato neomelodico sapendosi evolvere e produrre sound moderni ma che comunque sanno toccare le corde del cuore.