Il grande successo in prima serata del film “Io Sono Mia” dedicato a Mia Martini ha riaperto una ferita. Ha sbattuto in faccia agli italiani la storia di un’artista straordinaria vittima delle malelingue. Non parlerò del film, delle falle di sceneggiatura, della struttura debole e della straordinaria interpretazione di Serena Rossi. Ma voglio soffermarmi sulla grandezza di Mia Martini, della sua voce e  del tormento della sua anima. Una storia maledetta, una fama di jettatrice che cresceva lentamente e che si alimentava attraverso cattiverie ha privato troppo presto la musica italiana di una straordinaria interprete.

Difficile combattere un pregiudizio così forte e così ingiusto. Ed è anche inutile nascondersi dietro un dito o far finta di niente. Mia Martini non lavorava perché le radio, le tivvù e gli impresari la bollavano e la evitavano. Ho testimonianze dirette di persone che deliberatamente hanno evitato la presenza di Mia Martini. La maldicenza e la solitudine di una grande artista che ha preferito isolarsi anziché combattere contro i mulini a vento. Una fine tragica, un’overdose, un rifugio in una dimensione diversa che potesse alleviare i suoi tormenti. La depressione, la scelta di stare lontano per sette anni dalle scene, l’amore tormentato con Ivano Fossati. Mia Martini è stata la vittima di tutti noi, di chi avalla dicerie assurde e cariche di gretta ignoranza.

Ma Mia Marini ci ha lasciato qualcosa di importante. L’arte è immortale e la musica di qualità non morirà mai. Quello che rimarrà per sempre è il graffio della sua voce, le sue interpretazioni straordinarie ed alcune sue canzoni. Purtroppo non ce la siamo goduti a fondo, le sue opportunità artistiche sono state troppo limitate.  Però ci resteranno la sua musica e la sua storia. RaiUno ha rischiato ma è stata premiata dagli ascolti portando alla luce la vita di Mimì. Ma il focus è sulle etichette che ti vengono appiccicate addosso senza che puoi fare nulla per togliertele. La calunnia è un venticello che cresce e deflagra come un cannone ci ammoniva Gioachino Rossini già più di un secolo fa. Anche Pirandello nella sua novella “La Patente” aveva descritto i tormenti di Rosario Chiarchiaro che bollato di essere jettatore si presentò davanti  al giudice per avere la Patente e poter esercitare questo mestiere con il consenso della legge. Una provocazione acuta sbattuta in faccia alle maldicenze del paese che lo avevano rovinato. Ecco la storia di Mia Martini deve insegnare che quando sei vittima di questi pregiudizi il tormento ti mangia dall’interno e ti porta verso lo sprofondo.