Partiamo con una confessione, così non ci giriamo intorno: il 31 ottobre non mi piace come data. Importare Halloween dall’America lo trovo, a essere onesti, una cosa ridicola. Una festa che non è nostra, con le zucche che non abbiamo mai intagliato, le streghe che da noi stanno nelle favole e un’idea di paura che somiglia più a un catalogo che a un sentimento.
E poi le feste a tema. Sono tutto fuorché horror. Basta entrare in un locale stasera per accorgersene, le ragazze si vestono il meno possibile e diventano ultra sexy, e a guardarle non c’è davvero nulla di cui spaventarsi, anzi. Il mostro, il vampiro, la strega sono un pretesto, e ogni anno lo capiamo tutti, ridendo.
Non voglio fare il moralista, però, perché qualcosa di Halloween mi piace. Mi piacciono i trucchi, quelli fatti bene, il finto sangue, le ferite disegnate, le cicatrici che sembrano vere, dove c’è un lavoro, una mano, una fantasia. E mi piace il dolcetto o scherzetto, tanti bambini che bussano alle porte e chiedono le caramelle con la faccia seria di chi sta facendo un affare importante. Quella è una cosa bella, semplice, che mette allegria.
Poi c’è la nostra Halloween, e lì ci sono proprio. A Napoli i morti non hanno mai fatto paura. Al Cimitero delle Fontanelle, nel rione Sanità, la gente adottava un teschio anonimo, la capuzzella, lo curava, gli portava un fiore, gli parlava e gli chiedeva una grazia. Era il culto delle anime pezzentelle, anime povere di cui qualcuno si prendeva cura. Noi, i morti, non li scacciamo, li teniamo in famiglia.
Ed è per questo che mi piace tanto Coco, il film che, forse meglio di ogni zucca, spiega davvero questa ricorrenza. Racconta il contatto con le anime del passato, il giorno in cui i vivi e i morti si ritrovano, e dice una cosa semplicissima e potentissima, che finché qualcuno ci ricorda non siamo del tutto andati via. La vera fine arriva quando nessuno pronuncia più il nostro nome.
Per questo, stasera, divertitevi. Truccatevi, ridete, prendete le caramelle. Ma lunedì, giorno dei morti, fermatevi un minuto e pensate a qualcuno che non c’è più. È la cosa più napoletana, e più umana, che si possa fare.