Quando ho cominciato a sognare di fare il giornalista, il mondo era un altro. Nel 1992 il giornale era un punto di riferimento, una cosa che si apriva al mattino con rispetto, quasi come si apre una finestra. Conoscevi la firma. Un nome era sinonimo di garanzia, e leggendo un pezzo ti veniva da pensare, con un po’ di invidia e tanta ammirazione, come scrive bene. Volevi diventare quello, uno di quei nomi.
Adesso è cambiato tutto. Le edicole hanno chiuso, i giornali vendono pochissimo, e oggi quasi nessun ragazzo sogna di lavorare per la carta stampata. Prima il traguardo era la televisione, adesso è essere popolari sui social. Ma per diventarlo bisogna creare contenuti forti, spesso urlati, fatti per colpire in tre secondi, e a me sembra che stridano con il nostro mestiere. Un giornalista non nasce per fare rumore, ma per spiegare.
Poi c’è l’intelligenza artificiale, che rischia di contaminare la professione più di ogni altra cosa. Sempre più testi vengono scritti con l’AI, spesso senza che nessuno lo dica. I video che girano non sappiamo più se siano veri o falsi, e l’inganno, ormai, è dietro l’angolo, a un click di distanza. In un mondo così, dove tutto sembra credibile e niente è garantito, cosa dovrebbe fare un giornalista?
Forse la risposta è la più antica, e anche la più difficile. Verificare, prima di pubblicare. Controllare le fonti, anche quando la notizia è comoda. Rispettare la verità dei fatti, che è il primo dovere della nostra professione, a costo di arrivare secondi. Rallentare, quando tutti corrono. E assumersi la responsabilità di quello che si firma, perché la firma, in fondo, è tutto quello che abbiamo.
Oggi riusciamo a seguire le linee guida che hanno sempre accompagnato questo mestiere? Non sempre, e non tutti. Capita di vedere notizie rilanciate senza controllo, titoli costruiti per fare clic, firme che sono diventate marchi. Ma proprio per questo non credo che il giornalismo sia morto. Credo che sia sotto esame, e che il momento in cui tutti possono dire tutto sia il momento in cui serve di più qualcuno che sappia cosa è vero.
La domanda, allora, non è se il giornalismo sia morto. È se saremo ancora capaci di meritarci quella fiducia, quella che una volta stava tutta in una firma sul giornale.