Ogni volta che lo chiamavo, all’altro capo del telefono c’era sempre la stessa voce, calda e un po’ scanzonata: “Il famoso Lucio”. Lo diceva lui. Sandro Mazzola, uno dei più grandi calciatori che questo paese abbia mai avuto, uno che a vent’anni vinceva già tutto quello che si poteva vincere, mi chiamava così, come si chiama un amico che si prende in giro con affetto. E io, ogni volta, sorridevo — perché il famoso, semmai, era lui, conosciuto e amato in ogni angolo del mondo del calcio. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di parlarci, e ho trovato un’umanità che raramente si incontra in chi ha vissuto quello che ha vissuto lui. Un gigante che non te lo faceva mai pesare.
Per questo, quello che è successo allo Stadium, prima di Juventus-Atalanta, mi ha lasciato addosso qualcosa che assomiglia più al dispiacere che alla rabbia. Durante il minuto di raccoglimento per la sua scomparsa, una parte della curva bianconera ha voltato le spalle al campo, intonando cori. Il resto dello stadio si è dissociato, per fortuna. Ma quel gesto, quelle spalle girate, restano lì, e fanno male.
Non voglio scrivere un articolo di condanna. Ne scriveranno già molti, e faranno bene ad essere severi. Io vorrei semplicemente raccontare chi era l’uomo a cui quei ragazzi hanno voltato le spalle, perché forse — semplicemente — non lo sanno.
Sandro aveva sei anni quando perse suo padre Valentino nella tragedia di Superga, capitano del Grande Torino, uno choc che si porta dentro un bambino per tutta la vita e che lui, in qualche modo, ha trasformato in dedizione assoluta a quel pallone che il padre gli aveva insegnato ad amare. È diventato uno dei più grandi calciatori della storia italiana, bandiera dell’Inter per diciassette stagioni. Da dirigente ha avuto un ruolo nel portare Ronaldo il Fenomeno in Italia, all’Inter. E poi, in tv, è stato una voce precisa, mai sopra le righe: la sua telecronaca insieme a Marco Civoli, la notte di Berlino 2006, resta uno dei ricordi più belli legati a quella maglia azzurra che tutti indossammo idealmente quella sera.
A Milano, sponda rossonera — rivale storica, non dimentichiamolo — hanno rispettato il minuto di silenzio e lo hanno applaudito. A Torino, un pezzo di curva juventina non ci è riuscito. Non è una questione di colori, è una questione di memoria. E la memoria, quando manca, non è colpa solo di chi la perde: è colpa di chi non gliel’ha raccontata abbastanza bene.
Perdonali, perché non sanno quello che fanno, si potrebbe dire. Io un po’ ci credo, in questa lettura. Non per assolverli — quel gesto resta grave, e grave resterà — ma perché la rabbia, da sola, non insegna niente a chi non sa. Forse converrebbe raccontare di più chi erano davvero questi uomini, prima che diventassero solo un nome su un cartello o un minuto da rispettare. Io un pezzetto di quella storia l’ho vissuto al telefono, ascoltando un gigante che mi chiamava “il famoso Lucio”. Un privilegio che porto con me, oggi più di ieri.