Lo confesso senza vergogna, anzi con un certo orgoglio: sono un addicted del fantacalcio. Non gioco una lega, ne gioco tante e non lo nascondo nemmeno a me stesso il motivo: ogni asta è un piccolo processo in cui devo dimostrare, a me prima che agli altri, di avere occhio da talent scout, testa da allenatore, fiuto da direttore sportivo. È una vanità innocua, ma è una vanità vera. Parafrasando Mourinho, il fantacalcio è la cosa più importante tra le cose meno importanti. E chi gioca sa esattamente cosa intendo.

Non ha età, questo gioco. È l’unico posto dove un sessantenne e un diciottenne litigano da pari, entrambi convinti che quel pareggio arbitrale del lunedì sera li abbia derubati di mezzo punto decisivo. Ragazzini e vecchie generazioni, stessa liturgia: assist, gol, clean sheet, ripetuti come un rosario laico.

Ed è un gioco che vive di una bugia meravigliosa: ci convince di essere competenti, quando in realtà comanda la fortuna quanto e più della strategia. Il colpo di culo del difensore che segna di testa all’ultimo minuto. Il giocatore rivelazione preso a scatafascio, per caso, che ti porta la coppa. E poi l’ingiustizia cosmica: quel bomber da 8 gol a stagione che, guarda caso, segna solo ed esclusivamente contro di te. L’infortunio che si porta via il tuo fuoriclasse proprio alla vigilia dello scontro diretto. Tutto questo, e ancora ci crediamo bravi.

Non è solo un gioco, ce lo dicono anche i sociologi

Non lo dico solo io. Se ne sono accorti anche fuori dal recinto dei fantallenatori: c’è chi l’ha raccontato come fenomeno sociale, chi gli ha dedicato un libro di sociologia vera e propria, chi come Pierluigi Pardo lo definisce uno strumento di socialità e convivialità più che un gioco. Ho letto di recente l’inchiesta di una giornalista che il fantacalcio non lo gioca, e che l’ha osservato dall’esterno come si osserva un rito tribale: aste che durano otto ore, fidanzati che spariscono per una sera intera, gruppi di amici che si sentono solo per litigare su una formazione e proprio per questo restano amici. Uno degli intervistati lo ha descritto con tre parole che mi hanno colpito: amore, odio, tossicità. Come un ex a cui vuoi ancora bene, sapendo benissimo che ti ha fatto stare male.

Ci hanno pure fatto un film, “Ogni Maledetto Fantacalcio”, su Netflix: fino a dove sei disposto a spingerti pur di vincere la lega. Domanda che chiunque abbia mai fatto un’asta conosce fin troppo bene. Persino Tommaso Paradiso, in giro per interviste, ne ha parlato con lo stesso affetto quasi morboso con cui parlerebbe di una fidanzata storica.

Quando il gioco diventa il campionato stesso

E la cosa più clamorosa è che ormai non è più nemmeno un mondo parallelo, un rito clandestino che viviamo in secondo piano rispetto alla partita vera. La Lega Serie A ha fatto un accordo con Fantacalcio, se n’è presa la maggioranza, e i voti compaiono già in diretta sullo schermo nei minuti clou del match. Il fantacalcio è entrato ufficialmente in casa, dentro la trasmissione, dentro il telecomando. E qui viene il paradosso più onesto di tutti: molti di noi, ormai, la Serie A non la guardano più per la partita. La guardano perché stanno giocando al fantacalcio, e la partita è diventata il contorno.

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Trentadue anni della stessa lega

Io sono nella mia lega più antica dal 1994. Trentadue anni di aneddoti, di nottate fino alle tre a rilanciare su un terzino mediocre solo per dispetto a un amico. Lo sfottò settimanale, il lamento sull’arbitro che “non capisce niente”, le scaramanzie assurde — la maglia fortunata, il posto fisso sul divano, il rito propiziatorio prima della formazione. Le esultanze sguaiate per mezzo punto, le disperazioni vere, quelle serie, per un gol subito al 93′.

Il campionato reale, nel frattempo, può anche fare pena. Non importa. Il fantacalcio, quello resiste, generazione dopo generazione: la cosa più importante tra le cose meno importanti, l’unica vera fede che unisce un paese sempre più diviso su tutto il resto.