C’è un tipo di serie che non ti chiede se ti piace, ti chiede solo se riesci a smettere. In Fiamme è una di queste. Otto episodi sul delitto della Guardia Urbana di Barcellona, il corpo carbonizzato di un poliziotto, e al centro di tutto Rosa Peral — la donna che la stampa spagnola ha ribattezzato “la vedova nera”. E io, sinceramente, non so ancora dirvi se ve la consiglio. So solo che non l’ho abbandonata, ed è già una confessione.
Il ritmo è ansiogeno, e per me è un pregio più che un difetto: i flashback si accavallano, i piani temporali si spezzano, e quella struttura frantumata replica esattamente lo stato mentale in cui ti vuole portare — non sai mai bene dove sei, come non lo sa mai bene Rosa. Ed è lì che la serie mi ha preso davvero: nell’introspezione di un personaggio borderline, ambiguo, che ama e tradisce nello stesso gesto, che non riesci a giudicare perché non ti dà mai un punto fermo da cui giudicarla. Úrsula Corberó — la Tokyo de La Casa di Carta — ci mette dentro la stessa energia instabile, la stessa ferocia trattenuta, ed è impossibile non pensarci mentre la guardi: stesso volto, stessa Spagna criminale e nervosa, altra maschera.
Poi certo, se lo guardo con freddezza, capisco chi storce il naso: il colpevole si intuisce presto, il mistero si scioglie prima del previsto, e più di un critico l’ha liquidata come lenta, dimenticabile, un’occasione sprecata su un caso vero che meritava di più. E in parte hanno ragione. Ma il mio non è un giudizio critico, è una sensazione fisica: come una lacerazione dentro, la parte razionale che dice “basta, cambia serie” e quella più oscura che clicca “episodio successivo” alle due di notte. Non è una serie che si ama. È una serie a cui, per qualche ragione che ancora non mi spiego del tutto, non riesco a dire di no.