Diciamocelo: settembre è il classico ex tossico. Sai che ti fa male, sai che ogni volta ti lascia con l’ansia e l’agenda vuota da riempire, eppure ogni anno gli riapri la porta come se stavolta fosse diverso.

Non è la fine dell’estate, quella è solo la scusa ufficiale. Il vero problema è che settembre ti chiede il conto di tutto quello che avevi promesso a luglio, col mojito in mano e la mente altrove. “Da settembre mi rimetto in riga.” Certo. E infatti eccoci qui, con l’agenda nuova già sporca di caffè al giorno tre, e i buoni propositi che reggono quanto un gelato al sole: fino a mezzogiorno, se va bene.

C’è chi lo vive come lutto — l’abbronzatura, il mare, la leggerezza — e chi, come me, ci trova pure una specie di ansia da prestazione: bisogna ripartire “carichi”, “motivati”, con lo sguardo verso nuovi obiettivi, quando in realtà l’unico obiettivo reale sarebbe sopravvivere alla prima settimana senza rimpiangere l’ombrellone. Anche il mio lavoro, a settembre, cambia marcia di colpo: si riaccendono i motori, si torna a parlare di calcio come se non se ne fosse mai smesso, e in mezzo secondo devi ritrovare l’energia di uno che ha voglia di litigare su un fallo da moviola. Un salto netto, senza rete.

Eppure — e qui sta il trucco che mi frega ogni volta — un pezzetto di me questo mese lo aspetta davvero. Perché sotto l’ansia da rientro c’è anche la scossa di ricominciare, quella leggera euforia da primo giorno di scuola che non passa mai del tutto, nemmeno da adulti. Settembre è ingiusto: ti toglie l’estate con una mano e con l’altra ti regala l’unica cosa che ti fa sentire vivo quanto un tuffo in mare, cioè la possibilità di ricominciare daccapo.

Quindi va bene, settembre: ti odio con tutta la convinzione con cui si odia chi ci conosce troppo bene. Ma alla fine ti riapro la porta ogni volta. Come sempre.