Ho recuperato le tre stagioni di Euphoria tutte insieme e la sensazione che mi è rimasta addosso è piuttosto particolare. Da una parte c’è la consapevolezza di trovarsi davanti a un mondo poco realistico, quasi deformato, dove ogni emozione è amplificata e ogni situazione spinta al limite. Dall’altra, però, c’è un potere narrativo raro, quello che ti costringe a continuare episodio dopo episodio.

La rappresentazione dell’adolescenza proposta dalla serie è talmente estrema da sembrare spesso distante dalla realtà. Nessuno sembra avere una vita normale, nessuno riesce a vivere rapporti sereni o giornate ordinarie. Tutto è dramma, dipendenza, ossessione, desiderio, fuga. Eppure è proprio in questa esasperazione che Euphoria trova la sua forza.

Il tema della droga attraversa tutta la serie come una nebbia tossica. Non c’è eroismo, non c’è romanticismo. La dipendenza di Rue assomiglia piuttosto a un labirinto senza uscita, dove la volontà individuale conta sempre meno e ogni tentativo di rialzarsi viene travolto da una nuova caduta. Guardando la serie si ha spesso la sensazione di assistere a una valanga: all’inizio sembra possibile fermarla, poi diventa evidente che tutti i personaggi ne vengono trascinati a valle, chi in modo più evidente, chi attraverso relazioni distruttive, insicurezze o scelte sbagliate.

La seconda stagione porta tutto ancora più all’estremo. Lo spettacolo teatrale messo in scena da Lexi è probabilmente uno dei momenti più assurdi dell’intera serie. Difficile immaginare un preside, almeno dalle nostre parti, autorizzare una rappresentazione del genere davanti a studenti, genitori e insegnanti. Eppure funziona. È improbabile, forse persino ridicolo, ma riesce a diventare il centro gravitazionale della stagione.

Ed è proprio questo il segreto di Euphoria: il suo effetto calamita. In un’epoca in cui spesso guardiamo una serie con il telefono in mano, distratti da notifiche e social network, qui succede qualcosa di diverso. Lo schermo riesce a riprendersi l’attenzione. La narrazione è serrata, le immagini sono ipnotiche e i personaggi, pur nella loro eccessività, diventano impossibili da ignorare.

Per certi versi mi ha ricordato l’effetto che provavo guardando Breaking Bad. Non tanto per i temi o per la trama, quanto per quella capacità sempre più rara di farti dire “ancora un episodio” e ritrovarti ore dopo ancora lì, completamente immerso nella storia.

Euphoria non è una serie realistica e forse non ha mai voluto esserlo. È una rappresentazione cupa e allucinata del dolore, della dipendenza e della ricerca di una via d’uscita. Proprio per questo, nonostante tutti i suoi eccessi, riesce a lasciare il segno.