A Napoli De Bruyne non è stato capito. E forse, cosa ancora più grave, non è stato aspettato. Perché Kevin non è un calciatore “normale”: è un acceleratore di realtà, uno che vede il gioco mezzo secondo prima degli altri. Ma quel mezzo secondo, se attorno non hai la stessa lucidità, diventa un abisso.
La sua prima stagione in azzurro è stata raccontata come una delusione, quasi un corpo estraneo. In certi momenti è sembrato persino l’imputato principale: “il problema del Napoli”. Come se la colpa fosse sua se la squadra non girava, se le geometrie erano lente, se gli attaccanti non tagliavano, se il pallone arrivava sempre un tempo dopo. Un processo surreale: De Bruyne giudicato colpevole di essere… De Bruyne.
Conte ha le sue responsabilità? Probabile. Perché inserire un giocatore così dentro un sistema rigido, fatto di corse codificate e muscoli, significa rischiare di soffocare la fantasia. KDB non è uno da catena di montaggio: è uno da orchestra. E se gli chiedi solo sacrificio, ti perdi il direttore.
Ma c’è anche l’altro lato: dopo anni nel City di Guardiola, dove ogni movimento è pensato per esaltarti, Napoli è un cambio di mondo. Qui il genio non viene protetto: viene messo alla prova ogni domenica. E se sbagli due passaggi, non sei un campione in difficoltà. Sei “finito”.
Eppure, quando accendeva la luce, si vedeva tutto. Un filtrante, un cambio gioco, una scelta diversa dalle altre. Il problema non era lui: era la squadra che spesso non parlava la sua lingua.
De Bruyne non ha fatto una stagione perfetta. Ma chi pretendeva che fosse subito un miracolo ambulante ha confuso il calcio con la magia. E Napoli, si sa, ama i santi. Ma prima li crocifigge sempre un po’.