Oscar Schmidt è stato il mio nemico amatissimo. Giocava a Caserta quando io tifavo Napoli, e la domenica andavo in curva con quel tipo di passione che non ammette sfumature: campanilismo puro, tifo acceso, rabbia sportiva che si alimentava di rivalità. Oscar era l’uomo da battere, quello che avresti voluto vedere sbagliare, anche solo per una sera. E invece non sbagliava mai.
Lo guardavi con fastidio e con rispetto, perché certi giocatori non li puoi davvero odiare: li temi. E quando li temi, significa che stai assistendo a qualcosa di grande. Oscar era così. Era un avversario che ti costringeva ad alzarti in piedi, anche se eri lì per fischiarlo. Il suo talento era quasi irritante, perché sembrava ingiusto: troppo facile per lui segnare, troppo naturale dominare.
All’epoca, però, non avevo ancora compreso quanto fosse immenso a livello internazionale. Lo vedevo come il fenomeno della Serie A, come il simbolo di una Caserta che invidiavo, perché aveva tra le mani un campione irripetibile. Solo col tempo ho capito che non era “solo” il più forte del campionato: era uno dei più grandi realizzatori della storia del basket mondiale.
I numeri parlano per lui e sono numeri che fanno paura: record di punti alle Olimpiadi con 55, record ai Mondiali con 52, una presenza costante in ogni classifica legata al concetto stesso di “segnare”. Oscar era una macchina da canestri, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo. Perché dietro quella “mano santa” c’era una scelta di sensibilità rara nello sport: rifiutò l’NBA per poter continuare a giocare con il Brasile. In un’epoca in cui quel rifiuto sembrava follia, lui scelse la Nazionale, la bandiera, l’identità.
E forse è proprio questa la sua forza più grande: non essere stato soltanto un campione, ma un uomo coerente. Oscar Schmidt ci ha insegnato che si può essere leggende senza inseguire il mito americano. Ci ha insegnato che la grandezza non sta solo nei trofei, ma nel segno che lasci negli altri. Anche in quelli che ti hanno tifato contro. Quando muore qualcuno che, anche se a distanza, ha fatto parte della tua vita muore anche una parte di te. Questo rende tutto più doloroso. Oscar non l’ho mai conosciuto ma è stato parte della mia vita, anche se lui non lo sapeva…