La Grande Bellezza, Jep Gambardella e l’affascinante decadenza del vivere

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La Grande Bellezza è un film che divide, che fa discutere. Ricordo ancora la sensazione che provai uscendo dal cinema quando lo vidi per la prima volta. Ero stordito, ma appena finì la proiezione esclamai: “Vincerà l’Oscar”. Mi piacque l’impatto che ebbe su di me e poi mi innamorai subito di Jep Gambardella. Il personaggio partorito dalla mente di Sorrentino è geniale. Jep è un perdente di successo. Jep è un maitre a penser, un influencer come si direbbe oggi. Jep dispensa certezze dall’alto delle sue insicurezze. La Grande Bellezza è un film corale, un film dove ogni tassello deve stare al suo posto, ogni personaggio è indispensabile nella sua inutilità. Perché parlo oggi di un film uscito ormai più di tre anni fa? Domanda legittima dalla risposta scontata. Oggi l’ho rivisto, ma in una versione senza tagli sull’ondemand di Sky. Ho apprezzato tantissimo le scene aggiunte, addirittura le trovo funzionali nel racconto narrativo della pellicola e non capisco perché sono state tagliate nella prima versione.

La Grande Bellezza è un capolavoro, ma è inutile dilungarmi in argomentazioni perché il film ha già ricevuto i giusti riconoscimenti. Dico solo, per concludere il mio ragionamento, che alcune frasi di Jep Gambardella andrebbero studiate e tramandate ai posteri. Il suo modo di porsi dovrebbe essere un paradigma per le future generazioni. La sua vacuità profondissima è il giusto modo di affrontare questo percorso ad ostacoli che si chiama vita. Leggerezza e riflessione in un contrasto accattivante.

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Concludo riportando solo alcune frasi di Jep, frasi illuminanti e decadenti che esemplificano nella maniera migliore la psicologia che Sorrentino ha voluto attribuire al suo personaggio, forse suo Alter Ego:

A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: “La fessa”. Io, invece, rispondevo: “L’odore delle case dei vecchi”. La domanda era: “Che cosa ti piace di più veramente nella vita?” Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella.

Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco.

Sono belli i trenini che facciamo alle feste, vero? Sono i più belli del mondo… perché non vanno da nessuna parte.

“Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito “il vortice della mondanità”. Ma Io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire”.

Ho perso un po’ di tempo, mi sono lasciato deconcentrare. E scrivere richiede molta concentrazione. E tanta calma. 

“È così triste essere bravi, si rischia di diventare abili.” 

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