Per Dario, Paola, per Gabriele, Leonardo, Elisa e Irene. E per chiunque, leggendo, ci si ritrovi.

Questa casa è ancora piena di te. Non in un modo astratto: ci sono gli oggetti, tutti, quelli che non fanno rumore finché non li guardo per sbaglio — il tuo posto a tavola, la tua poltrona, una foto con i tuoi nipoti. Allora mi fermo. Qualche volta piango, senza vergogna: sono cose che pesano, e ci sono giorni in cui pesano più di altri.

Non sei mai venuto bene in fotografia. Nessuno ha mai capito il motivo: eri un uomo bello, ma davanti a un obiettivo ti irrigidivi, ti perdevi. Solo Luciano, tuo nipote, riusciva a farti rendere in foto, come se avesse un tocco magico — e infatti anche in ospedale chiedevi notizie di lui, e di tutti gli altri, volevi avere tutti sotto controllo. Il resto delle immagini di famiglia ti ritraggono un po’ storto, un po’ altrove. Bisognava conoscerti dal vivo. Eri un uomo all’antica con un modo sorprendentemente moderno di affrontare la vita.

Sembravi scorbutico. Eri diretto, a volte brusco, e in tanti — vedendoti da lontano — si sarebbero fermati lì. Io no. Ti guardavo e provavo a imitarti, perché sapevo cosa c’era sotto: un cuore enorme, gentile, che non si sottraeva mai. Chiunque ti cercasse per un favore lo otteneva. Anche chi non conoscevi. Anche chi, ai miei occhi, non lo meritava.

Avevi mille titoli e non ne hai rifiutato nessuno. A Capodimonte eri l’Avvocato, poi il Professore. Al Policlinico, il Ragioniere. Per gli amici Giggino. Per i nipoti Zio Gigi, poi Nonno Gigi. Per me eri solo Babbo — non papà, non ho mai saputo dirti perché abbiamo scelto quella parola e non l’altra, ma era la tua, su misura, e bastava.

Eri un uomo verticale. Avevi un senso del dovere che non ho più visto in nessun altro: prima il dovere, poi il piacere, sempre, senza eccezioni. Non ti piacevano le scorciatoie né i sotterfugi. Quando un amico ti ha raggirato, negli ultimi anni, non hai voluto che noi figli intervenissimo. La tua parola valeva più del torto che avevi subito. Ci restavi male — si vedeva, anche se non lo dicevi — ma sorridevi comunque. Non era rassegnazione. Era un modo di stare al mondo che avevi deciso molto tempo prima e da cui non ti sei mai spostato, nemmeno quando ti costava.

Con i soldi eri lo stesso: davi valore a ogni euro e poi lo regalavi con un’estrema generosità, il tuo modo per dirci “chiedete, se avete bisogno.” Ogni volta che partivo per un viaggio insistevi per darmi qualcosa, e lo facevi con Dario, con Paola, con i nipoti. A Natale e a Pasqua avevi un pensiero per tutti. Casa tua era sempre affollata, il telefono squillava in continuazione, e tu ricordavi onomastici e anniversari come fossero appuntamenti di Stato. Offrivi caffè e gelati a chiunque incontrassi — anche a chi non avevi mai visto prima.

Avevi le tue frasi, espressioni sempre divertenti e costruite con il paradosso dentro. “Guardia Caput Mundi”, “pater certus est”, “ultimo avanzo di una stirpe infelice” “non sei un piccolo stronzo”, “biricchino, anzi non sei grande e grosso quindi sei un biricchione”  — che ripetevi ad amici e colleghi come una specie di saluto in codice. Io pensavo che si sarebbero offesi. Non lo facevano mai: capivano che era il tuo modo di dire “esisti, per me, e mi importa di te.” Dopo che sei andato via, i tuoi amici mi hanno raccontato aneddoti su di te, uno via l’altro, come se dovessero smaltirli tutti. Erano divertenti. Nessuno, mai, malinconico.

Con i nipoti avevi una venerazione quasi imbarazzante. Gabriele, Leonardo, Elisa, Irene: davi consigli, controllavi i compiti con una competenza che li lasciava spiazzati, forse un po’ troppa per bambini così piccoli visto che le tue sembravano lezioni universitarie. Non hai mai portato rancore verso nessuno. Perdonavi tutto, lasciavi correre anche cose che avrebbero meritato una reazione, perché credevi nella libertà di ognuno e sapevi smorzare le tensioni prima che diventassero altro.

Compravi il giornale ogni giorno. Un gesto antico che ho sempre amato, e che forse mi ha spinto ad innamorarmi del mestiere di giornalista sin da bambino. Guardavamo il telegiornale insieme ogni sera, e io ridevo dei tuoi commenti mentre tu ridevi dei miei. La domenica scendevi e mi chiedevi cosa comprare, e io ti rispondevo sempre uguale: quello che piace a te, la spesa si fa con gli occhi. Prendevi le vongole migliori, l’astice, le ostriche. Quante messe su TV2000 ho seguito solo perché era il tuo rituale collettivo. Pregavi in silenzio. La sera guardavi Rete4, il Forum, la Ruota della Fortuna, l’Eredità. Poi, negli ultimi tempi, Uomini e Donne, Amici, Temptation Island. Uscivo pazzo, ti chiedevo com’era possibile, e tu rispondevi che in tv non c’era niente altro, anche quando non era vero. Odiavi la modernità a parole e la imparavi nei fatti: la parabola satellitare, il pc, lo smartphone, la smartTv. Un uomo di un altro tempo che restava, comunque, al passo.

Un sabato di ottobre di qualche anno fa tornai a casa con un paio di borse in mano. Non mi hai mai chiesto cosa fosse successo, mi hai accolto in silenzio e con amore. Quando uscivo la sera mi dicevi ancora “non fare tardi”, come se avessi ancora sedici anni. Io alzavo gli occhi al cielo, ma se potevo rientrare un po’ prima lo facevo — solo per te, solo per tenere fede a quella promessa muta che ci facevamo ogni volta. Ti chiamavo spesso. Erano telefonate brevi, sul niente, sempre le stesse domande, e tu che ti innervosivi un po’ perché te le facevo sempre uguali. Non erano sul niente. Erano tutto quello che avevamo. Ora quel numero non squilla più, e la casa senza di te è diventata un posto che riconosco a fatica.

I tuoi posti erano pochi e fissi: Capodimonte, Guardia Sanframondi, Sorrento. A Sorrento tenevi la stessa sedia a sdraio, nello stesso punto, da cinquant’anni. Non amavi viaggiare, ma eri curioso di tutto, ti informavi, sapevi. A Guardia compravi il vino e l’olio migliori e li regalavi in giro come se li avessi prodotti tu.

Più di un anno dopo l’uscita del mio primo romanzo, un giorno mi hai detto: lo voglio comprare. Ne avevo una scatola a una stanza di distanza. Non pensavo ti interessasse. L’hai finito in poche ore. “Scrivi bene, continua a farlo,” mi hai detto. Poche parole. Ai tuoi amici raccontavi di avermi seguito in radio o in tv. Sapevo che ti piaceva, anche se non me l’hai mai detto.

Gli ultimi quattro anni sono stati anche questo: la tua salute che saliva e scendeva, e io, Dario e Paola che ti siamo sempre stati vicino. Non lo ricordo come un peso. È stata una delle stagioni più belle che abbiamo vissuto insieme. Sono convinto che tu sia rimasto con noi più a lungo proprio perché c’eravamo. Casa tua affollata come sempre, ma di una gioia diversa: i nipoti venivano a fare i compiti, a mangiare, a non fare niente, perché casa del nonno era rimasta quello che era sempre stata. Un porto sicuro.

Eri di poche parole, ma osservavi tutto e pensavi. Soffrivi in silenzio, questo l’ho sempre saputo, ma solo adesso ne sento tutto il peso: non ci hai mai parlato dei tuoi tormenti, delle tue angosce, di quello che ti pesava davvero. Affrontavi ogni avversità con un coraggio silenzioso, quasi ostinato, e ci lasciavi credere che andasse tutto bene anche quando non era vero. Vorrei che non lo avessi fatto. Vorrei aver potuto portare anche un po’ di quel peso al posto tuo.

In ospedale, in questi ultimi due maledetti mesi, i medici hanno tifato per te. Hanno cominciato a chiamarti Guerriero. Le dottoresse e le infermiere, Principe. Non parlavi molto, ma ti avevano capito comunque, subito. Ogni giorno affrontavi qualcosa di nuovo, senza una prognosi che tenesse: all’inizio ti davano per spacciato, poi anche i dottori hanno cominciato a crederci, perché tu volevi ancora stare qui, contro ogni pronostico. Quando entravano in stanza, sorridevi. Sempre, anche quando il tuo corpo ti stava lasciando lentamente. Con un filo di voce, al telefono, dicevi due parole a chi ti chiamava e poi chiudevi con un “ciao ciao” che era già, senza che lo sapessimo, un piccolo congedo.

Durante l’ultimo terremoto eri accanto a me, e non avevi paura. Poco dopo mi hai sussurrato all’orecchio: sto per morire. Mi sono pietrificato. Non una carezza, non una parola di conforto: solo quella frase, detta piano, come un fatto. Ho chiamato i medici, ti hanno fatto ogni controllo possibile. Solo dopo ho capito che non mi stavi dicendo che l’istante fosse quello. Mi stavi dicendo cosa avrei dovuto vivere, poco più avanti. La sera prima di andartene siamo stati insieme fino a tardi, e a un certo punto hai guardato in alto e hai gridato: Amore. Poi: Mamma. Poi: Papà. Non so chi ti stesse chiamando da lassù. Ma qualcuno lo stava facendo, e tu hai risposto.

Sei andato via il giorno del vostro anniversario di matrimonio. Ora sei di nuovo vicino a mamma, e immagino i due sorrisi più belli che abbia mai visto — i vostri — uno di fronte all’altro, dopo tutto questo tempo. La dottoressa che ti aveva in cura si è messa a piangere quando mi ha raccontato del tuo calvario. Gli infermieri mi hanno abbracciato con gli occhi lucidi. Non sei passato inosservato in quel reparto, come non sei mai passato inosservato in nessun posto in cui sei stato.

Si dice sempre che quando qualcuno muore, per chi resta, diventa improvvisamente il migliore. Con te non serve nessuna esagerazione postuma: non eri perfetto, avevi i tuoi silenzi, la tua testardaggine, un dolore che non hai mai voluto raccontarci fino in fondo. Ma eri già, prima di tutto questo, un grande uomo.

Lo so che non vorresti vedermi fermo troppo a lungo. Non ci hai mai fermato su niente — nemmeno una volta, nemmeno un sogno scoraggiato, un’idea bollata come troppo grande per noi. Sapevi che la felicità va rincorsa, anche se forse, in fondo, non esiste davvero: e allora si rincorre lo stesso. Ci hai lasciato liberi di scegliere, di provare, di sbagliare. La sola condizione era restare leali, dentro i binari delle regole, senza scorciatoie né stratagemmi — quello non lo avresti perdonato a nessuno di noi. Libero, ma verticale. Così sei stato tu.

Questa casa resta piena di te, in ogni oggetto, in ogni sedia. Mi fermerò ancora a piangere, qualche volta — lo sto facendo anche adesso, scrivendo questo. Poi mi rialzo, perché in fondo lo so che è quello che vuoi da me. Mi manchi, Babbo. Mi manchi in un modo che non avevo mai provato prima, e che non so ancora dire bene.