L’ultima volta che li vide, fu in un pomeriggio tiepido di inizio aprile di qualche tempo fa. Le storie d’amore finiscono. Capita, spesso è anche un bene. Si va avanti, poi il tempo si dimostra sempre un saggio alleato, sa come guarire le ferite. Quel legame durato ben 15 anni finì senza un apparente motivo. Nonostante i titoli di coda lui nei mesi successivi continuava ad andare nella sua vecchia casa, non per riconquistare lei, ma solo per l’amore per i due splendidi cani che avevano condiviso gran parte di quel tempo. Umberto e Rebecca erano nel suo cuore ed ogni volta che varcava quel cancello i suoi due cani correvano in cerchio attorno a lui, le lingue fuori, come se nulla fosse cambiato. Umberto – che era come fosse suo figlio per un legame affettivo speciale- ogni volta che lo rivedeva non riusciva mai a contenere l’entusiasmo. Rebecca invece ogni volta aveva un atteggiamento più scontroso, forse perché credeva di essere stata abbandonata da lui. Poi fortunatamente si scioglieva e scodinzolava felice, ma solo dopo qualche perplessità iniziale. Lui era triste, però l’abbraccio di Umberto e Rebecca gli faceva pensare che l’amore, almeno quello degli animali, fosse un luogo che nessuna rottura poteva scalfire.
Poi in un pomeriggio di aprile di tanti anni fa però successe qualcosa che ruppe quel già precario equilibrio. Lei gli disse piano ma con voce ferma: «È meglio che tu vada». Cambiò idea, i cani non dovevano più rivedere lui. Il motivo fu semplice, quasi scontato. Lei quel giorno di aprile gli aveva parlato di quel suo nuovo amore. «È giusto che ognuno si rifaccia una vita». Una linea nuova era stata tracciata. Una porta che si chiudeva, in maniera definitiva. Umberto non sarebbe più corso scivolando sul pavimento, Rebecca non avrebbe inclinato la testa come faceva sempre, aspettando una carezza prima di mangiare. Questi piccoli vuoti erano lame invisibili: non facevano rumore, ma tagliavano tutto.
Nei mesi seguenti, lui continuò a scrivere, a chiedere, a bussare con messaggi corti, quasi infantili:
«Posso rivedere i cani?»
«Posso portarli al parco?»
«Solo un’ora con loro, per favore.»
Nessuna risposta. Alle elementari si diceva “la non curanza è il miglior disprezzo”. E lui si sentiva disprezzato. A Napoli si dice: curnut e mazziat.
Lei si era fidanzata con un vecchio professore che veniva dal Nord, un uomo che aveva l’hobby della poesia a cui piaceva riempire quaderni di versi funerei. Era un amore prepotente, infatti si sposarono pochi mesi dopo. E per lui Umberto e Rebecca divennero solo un tenero pensiero vietato.
Il silenzio divenne assoluto, lei non amava rispondere, aveva preferito ergere un muro e bloccare qualsiasi via di comunicazione. Lui si ritrovava a guardare vecchie foto: Rebecca che saltava sulla neve in quella strana mattinata di qualche febbraio passato, Umberto sdraiato accanto al divano. Ogni volta gli pareva che quelle immagini respirassero. Ogni volta le chiudeva con un dolore simile a un colpo sordo.
Si informò. Cercò risposte. La legge – gli dissero – non sapeva ancora parlare di questo: i cani non erano figli, eppure erano più che cose. C’erano sentenze, sì, tante e diverse, come voci confuse in un corridoio di tribunale. Alcune parlavano di custodia, altre di diritto di visita. La legge però dovrebbe essere scavalcata dal buonsenso, dai sentimenti e dalla sensibilità. Invece lui trovò solo un muro. Restava lì, nel limbo. A metà tra un diritto che non sapeva se esistesse e un affetto che non smetteva di esistere.
C’era un dolore che lui conosceva bene: quello di non vedere più UmberTo e Rebecca. Ma ce n’era un altro che intuiva, ancora più struggente, perché non lo poteva toccare né misurare: il dolore dei cani, costretti all’assenza. Si chiedeva come reagissero quando, tornando a casa, non trovavano più il suo odore. Forse all’inizio correvano alla porta, scodinzolando, convinti che sarebbe entrato da un momento all’altro. Forse avevano cercato i suoi passi nelle stanze, la sua voce che li chiamava per nome. Poi, piano, si erano abituati al silenzio. Ma l’abitudine non cancella la mancanza: la ricopre soltanto.
Immaginava UmberTo appoggiare il muso sul divano vuoto, nello stesso punto in cui lui si sedeva la sera. Rebecca, invece, doveva camminare avanti e indietro, inquieta, perché lei era la più sensibile, quella che percepiva ogni vibrazione. “Avranno pensato di aver fatto qualcosa di sbagliato?” si domandava. L’idea lo feriva come un tradimento: che i suoi cani potessero credere di averlo perso per colpa loro.
Nessuna legge parlava di questo: del diritto degli animali a non vedere strappato un legame che per loro era la vita intera. Nei tribunali c’erano sentenze discordanti, voci che si accavallavano senza mai toccare il cuore della questione. Ma nessuna norma, nessuna formula scritta, sapeva raccontare la fedeltà ferita di due cani che non comprendevano la ragione dell’assenza.
Così il dolore restava sospeso da entrambe le parti. Lui con le sue foto consumate, i suoi ricordi diventati reliquie; loro con i musi alzati verso una porta che non si apriva più. Vittime tutti e tre, non di un odio, ma di una decisione silenziosa.
E quando la notte gli capitava di sognarli, li vedeva correre verso di lui, finalmente liberi. In quei sogni Umberto scodinzolava con la forza di sempre, Rebecca gli saltava addosso leccandogli le mani, e non c’era nessuno che li dividesse. Si svegliava con un dolore dolce, quasi grato: almeno lì, nel sonno, i suoi cani potevano ancora averlo.
Ogni tanto si chiedeva se avrebbe potuto fare di più: bussare davvero alla sua porta, presentarsi senza preavviso, magari con un regalo per i cani, o con le lacrime già pronte. Ma non lo faceva. Qualcosa dentro gli diceva che certe assenze non si colmano con la forza.
Così imparò a vivere con quel vuoto. Non come una ferita che guarisce, ma come una stanza della casa in cui non si entra più. Restava però la speranza sottile – quasi infantile – che un giorno, per caso, voltato l’angolo di una strada, avrebbe riabbracciato Umberto e Rebecca ed avrebbe avuto ancora la possibilità di corrergli incontro, liberi, come quel pomeriggio di inizio primavera.
E in quell’illusione fragile, trovava la forza di andare avanti.
