Ci sono momenti in cui la comicità supera il confine sottile che la separa dall’ironia e scivola in qualcosa di diverso. Non più satira, non più provocazione intelligente, ma una forma di umiliazione pubblica che rischia di somigliare al bullismo. È la sensazione che molti hanno avuto guardando quanto accaduto a Domenica In, il salotto televisivo di Mara Venier, durante l’intervista a Peppe Iodice.
Per Peppe quello era un momento speciale. Il suo primo film, “Mi batte il corazon”, in uscita nelle sale il 19 marzo, rappresenta un traguardo importante. Andare a presentarlo nel programma della “zia Mara” significava condividere con il grande pubblico l’emozione di un sogno che prende forma. Un passaggio televisivo che avrebbe dovuto essere leggero, affettuoso, quasi celebrativo. E invece qualcosa si è incrinato.
L’intervento di Teo Mammucari, con le sue battute sarcastiche sul film e sull’ospite, ha trasformato quel momento in un siparietto imbarazzante. L’irriverenza, cifra stilistica del personaggio televisivo, è diventata improvvisamente inopportuna. Non perché la comicità debba essere addomesticata o sempre gentile, ma perché esistono contesti e momenti che richiedono misura. E quando la misura manca, l’effetto può diventare quello di una presa in giro pubblica.
Iodice, visibilmente in imbarazzo, ha provato a smorzare i toni con eleganza. La sua risposta successiva lo dimostra: non attaccare, non alimentare lo scontro, ma andare avanti pensando al proprio lavoro. Eppure il disagio di quel momento è rimasto percepibile a chi guardava da casa.
La stessa sensazione si è ripetuta nel finale della trasmissione, quando Mara Venier ha voluto salutare con commozione uno storico cameraman della trasmissione dopo quarant’anni di lavoro. Un momento umano, televisivamente raro, fatto di gratitudine e memoria. Anche lì, però, l’irruzione di Mammucari ha rotto l’atmosfera, spezzando l’emozione con un gesto fuori luogo. È in questi frangenti che la televisione generalista può diventare improvvisamente “politically scorrect” nel senso peggiore del termine: non provocatoria, ma semplicemente stonata.
La domanda allora diventa inevitabile: fino a che punto l’irriverenza può permettersi di rompere le regole di un salotto televisivo che dovrebbe offrire conforto, rispetto e ascolto sia agli ospiti sia al pubblico? C’è anche un altro elemento interessante. Oggi siamo abituati a contenuti costruiti per spiazzare: accade spesso sui social e perfino nei contenuti generati dall’intelligenza artificiale, dove l’obiettivo è sorprendere chi guarda rompendo gli schemi narrativi. Il siparietto creato da Mammucari ha prodotto proprio questo effetto: spiazzamento. Ma insieme allo stupore è arrivata anche una sensazione poco rassicurante. Gli schemi, in televisione, non sono sempre un limite. A volte sono una forma di protezione.
Non sorprende quindi che, secondo le indiscrezioni, autori e conduttrice si siano accorti subito che qualcosa non aveva funzionato. Quando la provocazione diventa eccesso, rischia di travolgere anche chi la mette in scena. E così il paradosso finale potrebbe essere questo: Mammucari vittima del suo stesso modo di fare spettacolo. Vittima di un’irriverenza che, spinta troppo oltre, si trasforma in bullismo televisivo.
Ed è un peccato. Perché la televisione, quando intercetta emozioni vere – quelle di un artista che presenta il suo primo film o di un cameraman che saluta il lavoro di una vita – dovrebbe saperle custodire, non interrompere.