La vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo non è stata solo una questione musicale. È stata una detonazione culturale. Per sempre sì è una ballata romantica, una dichiarazione d’amore senza ironie né sovrastrutture ed ha trionfato meritatamente in un’edizione priva di nomi davvero roboanti. Eppure, invece di discutere arrangiamenti e melodia, si è preferito discutere di Napoli.
Il brano è stato liquidato come “canzone da matrimonio”, “melassa”, “trash sentimentale”. In un commento sul Corriere della Sera, la canzone ed il suo autore sono stati dileggiati con toni che hanno fatto più rumore della canzone stessa. Criticare è lecito. Ma quando l’immaginario scivola verso allusioni folkloristiche e richiami caricaturali, il confine tra giudizio estetico e stereotipo si assottiglia pericolosamente.
Davvero il problema è la struttura “semplice” del pezzo? O infastidisce che a vincere sia stato un artista orgogliosamente napoletano, con una carriera costruita tra teatro, gavetta, successi popolari e qualche snobismo subito in silenzio? Perché se la stessa melodia l’avesse firmata un cantautore milanese dall’aria indie, forse oggi parleremmo di “ritorno alla tradizione”.
Si è detto che non meritava. Che il testo è scolastico. Che la musica sa di bomboniera. Ma Sanremo, storicamente, è anche questo: emozione diretta, pancia, memoria collettiva. E Sal Da Vinci arrivava da un successo popolare enorme con Rossetto e Caffè, le sue canzoni cantate ovunque, nei bar come nei matrimoni – sì, proprio lì, dove la musica vive davvero e non nei think tank culturali.
Se non avesse vinto lui, avrebbe alzato il trofeo Sayf, artista rispettabile ma assai meno radicato nell’immaginario nazionale. E allora la domanda è un’altra: si premia l’innovazione a prescindere o si riconosce il peso di una carriera solida e di un consenso reale?
Forse il punto è che Napoli, ancora oggi, provoca reazioni epidermiche. È amata visceralmente o guardata con sufficienza. E quando vince, disturba. La vittoria di Sal non è rivoluzionaria, non cambierà la storia della musica italiana. Ma è il riconoscimento di un percorso autentico. E a volte l’Italia dovrebbe chiedersi se ciò che chiama “trash” non sia semplicemente popolare. E se ciò che definisce “semplice” non sia, in fondo, solo diretto.