Una madre entra in ospedale stringendo la mano di suo figlio. Dentro ha paura, ma anche fiducia. Crede nella medicina, nei medici, in quel luogo che per lei significa salvezza. Quando ne esce, quella mano non c’è più. La morte del piccolo Domenico Caliendo al Monaldi di Napoli è tutta in questo passaggio crudele: dalla speranza al vuoto.

Prima di ogni polemica, prima delle ricostruzioni e delle responsabilità, c’è il dolore di una donna che ha perso il proprio bambino. Un dolore che non ha parole adeguate e che merita rispetto, non rumore.

È giusto chiedere verità. È necessario capire se qualcosa non ha funzionato. Ma la ricerca della giustizia non dovrebbe trasformarsi in una caccia al colpevole da esibire. La medicina non è infallibile. È scienza, studio, esperienza. È anche decisione presa in pochi minuti, sotto pressione. L’errore umano, quando accade, può avere conseguenze irreparabili. Non per questo va negato o coperto, ma compreso nelle sue cause per evitare che si ripeta.

Salvare una vita è il senso profondo del lavoro di un medico. Perderla, soprattutto se è quella di un bambino, è una sconfitta che segna per sempre. Provare a mettersi nei panni di chi ha sbagliato non significa tradire il dolore di una famiglia. Significa riconoscere che dietro ogni camice c’è una persona che dovrà convivere con ciò che è accaduto.

Il Monaldi resta un’eccellenza. Un episodio, per quanto tragico, non può diventare una condanna collettiva. La gogna non costruisce sicurezza, non restituisce fiducia. Se questa storia deve lasciarci qualcosa, sia una consapevolezza più matura: pretendere chiarezza, rafforzare i controlli, migliorare i protocolli. E insieme custodire un’idea di comunità capace di giustizia ma anche di umanità. Perché il dolore non generi altro dolore.