Scrivere un prequel è sempre un’operazione delicata, soprattutto quando si mette mano a un universo narrativo potente come quello di Gomorra. Le Origini affronta questa sfida con coraggio, cercando di raccontare la nascita del sistema criminale nella Napoli di fine anni ’70, tra contrabbando, eroina e una città sospesa tra miseria, speranza e violenza.
La sceneggiatura funziona a tratti molto bene. Quando si concentra sulle dinamiche di strada, sui rapporti di potere e sulle relazioni personali, la serie trova ritmo, tensione e autenticità. Meno convincenti risultano invece alcuni passaggi più didascalici, in cui il racconto sembra voler spiegare troppo, togliendo spazio all’ambiguità e alla complessità che hanno reso grande la saga originale. Il rischio nostalgia è sempre dietro l’angolo, e in alcuni momenti si avverte.
La fotografia è uno dei punti più forti: Napoli viene restituita con un taglio sporco, materico, quasi documentaristico. I vicoli, i bassi, il porto, le luci calde e soffocate costruiscono un immaginario potente e credibile. La città non è solo sfondo, ma personaggio vivo, che respira degrado, paura e ambizione.
La ricostruzione storica è curata: il contrabbando di sigarette, il traffico di eroina e l’ascesa della criminalità organizzata sono raccontati con buona aderenza al contesto reale, pur concedendosi licenze narrative inevitabili. Non sempre il bilanciamento tra realtà e fiction è perfetto, ma l’insieme resta solido.
Ottimo il cast, capace di dare spessore umano anche ai personaggi più duri. Le interpretazioni sono intense, mai sopra le righe, e contribuiscono a rendere credibile l’evoluzione psicologica dei protagonisti.
Tra i difetti, qualche calo di ritmo e una certa prevedibilità in alcune svolte narrative. Il confronto con la serie madre è inevitabile e, per ora, Le Origini non raggiunge la stessa potenza emotiva. In definitiva, un prequel ambizioso, visivamente forte, narrativamente interessante, che convince più quando racconta la strada che quando cerca il mito. Una serie che merita attenzione, ma che deve ancora trovare una voce davvero propria.