La Grazia è il film in cui Paolo Sorrentino sembra guardare il potere non più come un teatro grottesco, ma come una armatura che, col tempo, diventa una prigione. È un film politico, certo, ma soprattutto è un film sull’erosione delle certezze, sul dubbio che arriva tardi e non chiede permesso.

Il Presidente interpretato da Toni Servillo, Cemento Armato come lo soprannominano gli altri, è un uomo granitico, cattolico, circondato dagli orpelli dell’antico, con pochissime concessioni alla modernità. Eppure ama il rap, la musica contemporanea, concede un’onorificenza al suo idolo Gué: piccole crepe in una struttura che sembra immutabile. Attorno a lui un mondo quasi surreale: un “papa nero” rasta, che gira in scooter e tenta disperatamente di impedirgli di firmare la legge sull’eutanasia. Sei mesi alla fine del mandato, sei mesi in cui tutto ciò che era solido comincia a incrinarsi. Toni Servillo, ancora una volta pigmalione e alter ego del regista, è un Presidente svuotato. Governa, decide, firma. Eppure appare irrimediabilmente fuori tempo, come se il presente non gli appartenesse più. Ama i figli ma crea barriere invalicabili. Il film si muove attorno a lui come una lunga veglia: silenziosa, sospesa, carica di passato.

Il cuore segreto del film, però, non è la legge. È l’amore ossessivo per la moglie morta, un amore che non si è mai trasformato in ricordo pacificato. Un tradimento di quarant’anni prima, forse mai elaborato, che il Presidente vuole assolutamente riportare alla luce. Amore e rancore si confondono, fino a diventare indistinguibili.

A me non piace dimenticare, piace ricordare. La donna perfetta per me.
Perché?
Perché non mi ha mai dimenticato.

La a memoria non è un rifugio, è una condanna scelta consapevolmente. Eppure il desiderio opposto continua a riaffiorare. Sorrentino torna alle sue metafore visive: i palazzi troppo grandi, i corridoi interminabili, i corpi immobili in stanze vuote. Tutto parla di una distanza incolmabile tra il ruolo e l’essere umano. Il Presidente è sempre inquadrato come un uomo che ha perso peso specifico, non fisico ma esistenziale.

Voglio solo dimenticare e tornare leggero.

Ma la leggerezza non è concessa a chi ha deciso per gli altri. L’eutanasia diventa così il centro magnetico di una costellazione di temi che Sorrentino maneggia con la consueta ambiguità. il diritto, che tenta di incasellare l’indicibile.
La solitudine, vera malattia del potere. Il passato, che ritorna sempre a chiedere conto. L’amore, mai risolutivo, spesso tardivo. Il rancore e il tradimento, come sedimenti inevitabili di ogni lunga storia personale. Non c’è mai un giudizio netto. C’è semmai una domanda che si ripete, sotto traccia, per tutto il film:
Di chi sono i nostri giorni?
La domanda resta sospesa, come la responsabilità morale dell’eutanasia: non un dibattito giuridico, ma una solitudine irreparabile. La domanda attraversa il film come una lama sottile. I giorni appartengono alla legge, allo Stato, a Dio o a chi li porta addosso anche quando sono diventati insostenibili?

La grazia è la bellezza del dubbio.
E il dubbio incrina anche la verità assoluta:
Lei attribuisce troppa importanza alla verità.

Quando il Presidente si dimette a due settimane dalla scadenza, la vera trasformazione ha inizio. L’armatura cade. Il blocco monolitico si fa uomo. Ricordare, in La Grazia, è un atto politico quanto decidere. Dimenticare sarebbe una fuga. Poi ci sono le richieste di Grazia la legge può liberare l’uomo, o l’uomo con il potere più grande può rendere libero chi ha sbagliato? Una concessione divina, libero arbitrio in un cunicolo di vincoli. Chi merita di essere libero? Chi?

Era rotto, rotto dentro oltre ogni ragionevole dubbio.

Nella vita post-presidenza resta un anziano che cerca pace, buon cibo, buona compagnia. E alla fine, alla domanda più banale:

Cosa farà stasera, Presidente?
Ordino una pizza.

Non una conclusione. Una resa umana.