Il Bellini smette di essere un teatro e diventa un organismo vivo, attraversabile, desiderante. Dignità Autonome di Prostituzione non è uno spettacolo da guardare seduti: è un’esperienza da abitare. Qui la prostituzione non è stigma, ma dignità autonoma, scelta consapevole, atto artistico. Il teatro si spoglia, si offre, si “prostituisce” per far conoscere la propria arte fino all’ultimo centimetro di pelle. Il teatro si mette a nudo e si prostituisce non per svendersi, ma per farsi conoscere fino in fondo, per farsi toccare, attraversare, contrattare.
La struttura è semplice e radicale: all’ingresso allo spettatore vengono consegnati dei dollarini simbolici. Con quelli si contratta. Si sceglie quale performer seguire, quale monologo ascoltare, quale storia meritare tempo e attenzione. Ogni incontro è privato, ravvicinato, irripetibile. L’attore non recita per te, ma con te. La quarta parete non viene abbattuta: non è mai esistita.
Il percorso individuale si intreccia a momenti corali potenti, necessari. Il pubblico si ritrova, canta, balla, ride, si commuove. La festa diventa rito, il divertimento si trasforma in pensiero. Si riflette sul desiderio, sul potere dello sguardo, sul ruolo di chi paga e di chi si espone. Tutti sono coinvolti, nessuno è al sicuro.È una festa e insieme un rito collettivo, dove l’emozione diventa strumento critico.
A orchestrare questo caos lucidissimo c’è Luciano Melchionna, il Papi, deus ex machina, l’anfitrione di uno spettacolo che da diciotto anni è sempre sold out. Dignità Autonome di Prostituzione è un modo nuovo – e profondamente politico – di fare teatro: non rappresentare, ma accadere. E quando il teatro accade così, lascia il segno.